di Gianluca Vivacqua –
Dal 1665, da quando cioè la città passò dall’amministrazione dei fondatori olandesi a quella inglese, New York ha avuto 111 sindaci. Molti di quelli che hanno scritto pagine memorabili negli annales della metropoli erano figli di immigrati. Figlio di immigrati (dall’Uganda e dall’India) è anche Zohran Mamdani, primo sindaco newyorkese di religione musulmana. Una bella promessa (e premessa), non solo a livello di politica municipale (fermo restando che non si può parlare propriamente di municipalità quando si ha a che fare con una città-mondo): qualcuno ne fa già la nuova stella polare dei dem Usa. Sulla scia e nel solco di un certo Barak Obama? Ne parliamo meglio con la prof. Anna Camaiti Hostert, filosofa e cinematologa, che nel corso degli anni ha analizzato attentamente società, cultura e politica degli Stati Uniti, dove ha insegnato per gran parte della sua carriera – mettendo al centro della sua ricerca le subalternità etnico-sociali.
– Professoressa, per lei Mamdani è davvero il nuovo Obama, come molti dicono? O ci sono differenze sostanziali?
“Simbolicamente, proprio come Obama, Mamdani rappresenta l’homo novissimus (per estrazione sociale o per origini etniche, come nel caso dei nostri due) capace di infrangere il proverbiale “soffitto di cristallo”. Naturalmente bisogna osservare che Mamdani c’è riuscito non solo grazie al suo “popolo”, ma anche con l’aiuto determinante della nutrita comunità ebraica newyorkese. C’è anche da dire che dietro Mamdani ci sono due genitori il cui nome conta e non poco negli ambienti dell’intellighenzia progressista: il padre, Mamhmood, è uno tra gli studiosi più insigni della decolonizzazione africana e la madre, Mira Nair, è una regista ormai di lungo corso nell’ambito della tematica degli incontri-scontri tra latitudini di provenienza diverse. Mamdani, comunque, ha un carisma così forte da essere riuscito a farli apparire irrilevanti nella sua elezione, e, rara eccezione, a liberarsi della loro incolpevole pesantezza in modo così naturale, grazie alla sua magnetica presenza e il suo eloquio a tratti anche molto ironico, da farli dimenticare. Guai, poi, a pensare a Mamdani come all’incarnazione dei desideri di una certa cultura dem d’élite: lui sta molto più a sinistra di Obama”.
– Se qualcuno le facesse notare che, piuttosto che Obama, sarebbe più simmetrico tracciare un parallelo con Sadiq Khan, il suo collega musulmano a Londra, cosa risponderebbe?
“Che in realtà è proprio Sadiq Khan più vicino a Obama di quanto non possa essere il nostro Mamdani. Proprio come Obama, il sindaco di Londra è abbastanza moderato, quasi voglia chiedere scusa delle sue origini. Mamdani di certo non si è mai scusato di nulla, in tutta la sua carriera politica municipale. Laddove Obama mediava, Mamdani divide con la sua proposta politica forte, che sembra avere due capisaldi: la costruzione di nuovi alloggi popolari e la redistribuzione delle ricchezze in una città dove non si può vivere senza uno stipendio molto alto e affittare 50 mq può arrivare a costare anche 5000 dollari al mese”.
– Mamdani è divisivo anche perché, come molti pensano, è un discepolo di Bernie Sanders? Essere un socialista a New York è quindi la vera grande sfida?
“L’emergenza sociale negli Stati Uniti esiste ed è in crescita (la forbice della ricchezza si allarga sempre di più), e come spesso accade sono gli “eretici” – in casa dem parliamo di personaggi costantemente “aborriti” come Sanders e Ocasio-Cortez – ad averne una percezione più viva e più netta. O quantomeno più onesta. Mamdani è certamente sulla stessa lunghezza d’onda di Sanders quanto a coscienza delle urgenze, e non si può negare che sia stato premiato proprio per la sua capacità di parlar chiaro e per la volontà di non tirarsi indietro di fronte ai problemi reali dei cittadini. E di tirar dritto per la sua strada. È facile pronosticare che questo atteggiamento iper-radicale possa prefigurare presto uno scenario di conflittualità tra potere federale e potere locale”.












