di Gianluca Vivacqua –
Un soggetto perfetto per il Bardo. Immaginate il primo atto: un primo ministro ambizioso e intrigante, dai modi melliflui, che conquista la fiducia del capo di Stato, malato e anziano, capace di grandi slanci di generosità ma facile anche agli sbalzi d’umore. Secondo atto: il ministro ora investito di un potere pari a quello di uno zar si sbarazza degli oligarchi vicini all’ex presidente e si prepara a colpire ogni forma di dissenso. Terzo atto: una nuova costituzione garantisce al nostro, col consenso del popolo, la perpetuità del suo potere. Putin: la Russia che passa dalla glasnost gorbacioviana alla sua vechnost’. In mezzo l’era Eltsin che, come il Tiberio di Tacito, finisce soffocata iniectu multae vestis. Abbiamo affidato a Eugenio Enea dell’università di Messina, esperto della fase di transizione dall’URSS alla Federazione Russa, il compito di approfondire gli atti di questa tragedia shakespeariana.
– Professore, cosa non sappiamo della successione Eltsin-Putin? Come agì effettivamente l’ex agente del Kgb all’ombra dell’uomo del dopo-Gorbaciov per conquistare un crescente potere?
“La successione da Boris Eltsin a Vladimir Putin resta uno dei passaggi più controversi e solo parzialmente chiariti della storia politica post-sovietica e un processo che presenta ancora numerose zone d’ombra documentarie. Sappiamo che Eltsin, indebolito fisicamente e politicamente, circondato dalla cosiddetta “Famiglia” (la figlia Tat’jana, Valentin Jumašev e oligarchi come Boris Berezovskij), cercava un successore leale che garantisse immunità e continuità. Boris Eltsin fu una delle figure centrali del processo che portò alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Dopo il fallito colpo di Stato dell’agosto 1991, la sua immagine pubblica si rafforzò notevolmente, presentandolo come il principale difensore delle riforme democratiche e della sovranità della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. Negli ultimi anni di esistenza dell’URSS, Eltsin entrò in crescente contrasto con Mikhail Gorbaciov. Mentre quest’ultimo tentava di preservare l’Unione attraverso una profonda riforma federale, culminata nel progetto di una Unione degli Stati Sovrani, Eltsin sostenne un percorso che rafforzava la sovranità delle repubbliche e che trovò il proprio sbocco negli Accordi di Belaveža dell’8 dicembre 1991, sottoscritti insieme ai leader di Ucraina e Bielorussia, con i quali si dichiarò la cessazione dell’esistenza dell’Unione Sovietica.
Per il pubblico italiano può essere utile ricordare che, tra la fine degli anni Ottanta e il 1991, Giulio Andreotti fu tra i principali sostenitori occidentali delle politiche riformiste promosse da Gorbaciov. La diplomazia italiana guardava con favore alla prospettiva di una graduale trasformazione dell’URSS e al suo progressivo avvicinamento all’Europa, nella convinzione che la stabilizzazione del processo riformatore avrebbe contribuito a consolidare la distensione tra Est e Ovest. Vi era inoltre la preoccupazione che un eventuale collasso della leadership gorbacioviana potesse favorire il ritorno di forze comuniste più conservatrici e ostili al dialogo con l’Occidente. Tale scenario non si realizzò. Dopo il fallimento del golpe dell’agosto 1991, Eltsin emerse come il principale protagonista della transizione post-sovietica e apparve a gran parte dell’opinione pubblica occidentale come un interlocutore più favorevole alla democratizzazione politica e all’introduzione dell’economia di mercato. In molti ambienti politici e intellettuali occidentali prevalse l’idea che i nuovi Stati sorti dalla dissoluzione dell’URSS potessero essere integrati nell’economia globale e nelle istituzioni internazionali attraverso programmi di assistenza economica, riforme di mercato e cooperazione politica.
Anche in Italia diversi osservatori guardavano con scetticismo alle possibilità di successo del progetto gorbacioviano, nonostante l’ultimo leader sovietico suscitasse generale simpatia e sostegno. Tuttavia, il sociologo Luciano Pellicani riteneva che una vera democratizzazione fosse difficilmente compatibile con il mantenimento del sistema monopartitico e con la persistente centralità dell’economia pianificata. Analoghe valutazioni erano espresse dall’ex ambasciatore Sergio Romano, secondo il quale le riforme di Gorbaciov rischiavano di rimanere incompiute a causa delle contraddizioni strutturali del sistema sovietico. In questo contesto, la leadership di Eltsin apparve dopo l’agosto del 1991 come l’alternativa più credibile per accompagnare la Russia verso un nuovo assetto politico ed economico. Secondo Giulietto Chiesa, corrispondente prima per l’Unità e successivamente per La Stampa da Mosca, Giulio Andreotti fu fino all’ultimo tra i più convinti sostenitori di Mikhail Gorbaciov. Questa interpretazione trova conferma nell’antologia della corrispondenza tra Andreotti e Gorbaciov, recentemente pubblicata a cura di Massimo Bucarelli e Silvio Pons (“Andreotti e Gorbacëv. Lettere e documenti 1985-1991”, Edizioni di Storia e Letteratura). Dal volume emerge con chiarezza la centralità del rapporto politico-diplomatico tra Italia e Unione Sovietica nella fase finale della Guerra Fredda.
Nella lettura proposta da Giulietto Chiesa, il generale atteggiamento di scetticismo dei principali leader occidentali nei confronti del progetto riformatore di Mikhail Gorbaciov avrebbe contribuito a indebolire progressivamente la sua posizione politica nel contesto della crisi finale dell’Unione Sovietica. In tale quadro, Eltsin sarebbe emerso come figura di riferimento alternativa, in un contesto nel quale, fino all’agosto 1991, una parte dell’opinione pubblica internazionale mostrava ancora un atteggiamento di relativa incertezza nei suoi confronti. Secondo la stessa interpretazione, le successive tensioni istituzionali nella Federazione Russa, culminate nella crisi del 1993 e nel bombardamento della sede del parlamento, avrebbero confermato i timori di una deriva autoritaria del sistema politico post-sovietico, in contrasto con le aspettative iniziali di quanti vedevano in Eltsin il principale garante della transizione democratica.
Il primo decennio della Federazione Russa fu caratterizzato da profonde difficoltà. La transizione verso l’economia di mercato, attuata attraverso rapide liberalizzazioni e privatizzazioni, provocò una grave crisi sociale ed economica, alimentando inflazione, disuguaglianze e instabilità. Da un lato, una ristretta élite economica riuscì ad accumulare ingenti ricchezze attraverso i processi di privatizzazione delle imprese statali; dall’altro, ampi settori della popolazione sperimentarono un forte deterioramento delle condizioni di vita, con una significativa perdita del potere d’acquisto e una crescente precarizzazione sociale. Questo processo fu accompagnato da un diffuso senso di disorientamento e di crisi delle aspettative, legato alla rapida trasformazione del sistema politico ed economico e alla difficoltà di adattamento al nuovo ordine post-sovietico. Sul piano politico, la crisi costituzionale del 1993 e il successivo bombardamento del Parlamento da parte delle forze fedeli al presidente rappresentarono uno dei momenti più drammatici della storia della nuova Russia e lasciarono una profonda eredità nella cultura politica del Paese. A ciò si aggiunse la crescente percezione di un ridimensionamento del ruolo internazionale della Russia dopo la fine dell’URSS. La perdita dell’influenza esercitata durante il periodo sovietico, unita all’impressione che Mosca fosse costretta ad accettare un ordine internazionale dominato dagli Stati Uniti e dall’Occidente, contribuì ad alimentare il malcontento verso Eltsin.
Alla fine degli anni Novanta, tale combinazione di crisi economica, instabilità politica e frustrazione geopolitica aveva profondamente eroso il consenso del presidente, creando le condizioni per l’emergere di una nuova leadership. In questo contesto di opacità assume particolare rilievo la figura di Yevgeny Primakov, uno dei principali protagonisti della politica russa nei mesi immediatamente precedenti all’ascesa di Putin. Ex dirigente dei servizi di intelligence, orientalista e interprete di una visione realista delle relazioni internazionali, Primakov contribuì in modo decisivo alla ridefinizione della politica estera russa dopo la sua nomina a ministro degli Esteri nel 1996. Egli contestò l’assetto unipolare emerso dopo la Guerra fredda, sostenne la costruzione di un ordine multipolare e attribuì grande importanza al recupero dell’influenza russa nello spazio post-sovietico. Il celebre “Primakov Loop”, ossia l’inversione di rotta del suo aereo diretto a Washington dopo l’avvio dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia nel marzo 1999, divenne il simbolo di questa nuova postura internazionale. Sebbene Putin non possa essere considerato un semplice continuatore di Primakov, numerosi studiosi hanno evidenziato importanti elementi di continuità tra la visione strategica elaborata da quest’ultimo e la successiva politica estera russa. In tale prospettiva, Primakov può essere interpretato come una figura di raccordo tra le difficoltà dell’era Eltsin e il successivo recupero di centralità geopolitica perseguito durante la presidenza Putin. Putin, ex ufficiale del KGB con esperienza a Dresda e poi a San Pietroburgo, emerse rapidamente: direttore dell’FSB nel luglio 1998, primo ministro nell’agosto 1999 e presidente ad interim il 31 dicembre 1999 dopo le dimissioni anticipate di Eltsin. Ciò che rimane in gran parte nell’ombra è il grado esatto di pianificazione e gli accordi informali che accompagnarono la successione.
Rimane controverso stabilire in quale misura Putin sia stato l’artefice della propria ascesa attraverso la progressiva costruzione di reti di sostegno negli apparati di sicurezza consci della profonda crisi istituzionale ed economica della Russia oppure se la sua affermazione sia dipesa principalmente dalla decisione dell’entourage presidenziale di Eltsin di individuare in lui un successore capace di garantire continuità politica e tutela degli interessi acquisiti. Non sono pochi gli studiosi che affermano che l’ascesa di Putin sia stato il risultato di una convergenza di entrambi i fattori. Il ruolo degli oligarchi yeltsiniani (Berezovskij in primis) fu decisivo nella promozione iniziale, ma Putin dimostrò presto abilità nel consolidare potere autonomo: gestì con decisione la seconda guerra cecena, sfruttò l’immagine di uomo d’ordine e cominciò a ridimensionare l’influenza degli stessi oligarchi che lo avevano appoggiato. In sintesi, l’ascesa di Putin non fu il risultato di una presa del potere improvvisa o rivoluzionaria, bensì di un processo graduale maturato all’interno delle strutture dello Stato post-sovietico. La convergenza tra le esigenze di sicurezza dell’entourage di Eltsin, il sostegno iniziale da parte degli oligarchi e la crescente influenza degli apparati di sicurezza favorì l’emersione di Putin come figura di compromesso. Una volta giunto al vertice dello Stato, egli dimostrò tuttavia una notevole capacità di emanciparsi dai gruppi che ne avevano sostenuto la candidatura, costruendo progressivamente un sistema di potere personale. Molti aspetti di questa transizione continuano a essere oggetto di dibattito storiografico, anche a causa della scarsità di fonti dirette e della persistente opacità delle decisioni assunte ai vertici del potere russo alla fine degli anni Novanta”.
– Si può fare un parallelo tra la ferocia epurativa dell’epoca staliniana e la metodica spietatezza repressiva dell’epoca putiniana?
“Un parallelo tra l’epoca staliniana e la Russia di Putin può essere tracciato soltanto con grande cautela, poiché il rischio è quello di oscurare differenze strutturali fondamentali. Lo stalinismo fu una forma di totalitarismo caratterizzata da terrore di massa senza precedenti: le Grandi Purghe del 1936-1938 provocarono centinaia di migliaia di esecuzioni, milioni di deportazioni nei Gulag ed epurazioni sistematiche che investirono partito, esercito, amministrazione e società intera. Tale repressione era sostenuta da un’ideologia totalizzante e da un controllo capillare dello Stato sull’economia, sulla cultura e sulla vita privata. La repressione nella Russia putiniana è invece selettiva e mirata: colpisce oppositori politici, giornalisti indipendenti, attivisti, ONG e, soprattutto dopo il 2022, chiunque contesti la guerra in Ucraina. Gli strumenti includono leggi repressive, processi strumentali, incarcerazioni, censura mediatica e, secondo numerose inchieste internazionali, operazioni clandestine. Non esiste però un terrore di massa indiscriminato né una mobilitazione totalitaria della società. Sul piano istituzionale e ideologico le differenze restano marcate. L’economia è formalmente di mercato (seppure con forte presenza statale e oligarchica fedele), e manca un’ideologia rivoluzionaria obbligatoria come il marxismo-leninismo staliniano. Il regime putiniano si legittima attraverso un mix di nazionalismo, sovranismo, conservatorismo sociale e valorizzazione della continuità storica russa, con concetti centrali come il Russkiy Mir e la missione storica della Russia come civiltà distinta dall’Occidente. Ciò non esclude elementi di continuità. La centralità assoluta dello Stato, il peso dei siloviki, l’enfasi sulla stabilità e l’uso selettivo della memoria storica (imperiale, sovietica e soprattutto della Grande Guerra Patriottica) mostrano chiare linee di eredità.
Diversi studiosi, tra cui Andrea Borelli, sottolineano come Putin sia profondamente figlio della cultura politica dell’URSS brezneviana, attraverso la quale ha rielaborato in chiave contemporanea alcuni elementi dell’eredità staliniana: primato dello Stato, centralizzazione del potere, subordinazione dell’individuo agli interessi nazionali e concezione della Russia come grande potenza assediata. In questo quadro, definito da questa corrente interpretativa come neo-staliniano, si inserisce la progressiva riabilitazione selettiva della figura di Stalin, presentato non più solo come dittatore sanguinario ma come statista che garantì ordine, unità e vittoria sul nazismo. Tuttavia, queste analogie non autorizzano a parlare di una riproposizione dello stalinismo. Mentre il regime staliniano perseguiva una trasformazione rivoluzionaria e utopica della società, quello putiniano è orientato principalmente alla conservazione del potere personale, alla stabilità del regime e al recupero dello status di grande potenza. Per questo la stragrande maggioranza degli studiosi classifica la Russia contemporanea come autoritarismo personalistico piuttosto che come totalitarismo. Un quadro interpretativo particolarmente utile per comprendere la natura del regime putiniano è offerto dalla categoria di “autoritarismo competitivo” elaborata da Steven Levitsky e Lucan Way nel loro libro Competitive Authoritarianism: Hybrid Regimes after the Cold War. Si tratta di un regime ibrido in cui esistono elezioni formalmente competitive e multipartitiche, ma in cui si utilizzano sistematicamente le leve dello Stato (controllo sui media, giustizia selettiva, repressione mirata, limitazione delle risorse dell’opposizione) per inclinare pesantemente il campo di gioco a proprio favore.
Nel caso russo questo modello descrive bene il sistema: repressione selettiva piuttosto che terrore di massa, manipolazione istituzionale invece di abolizione formale delle regole elettorali, e un’economia di mercato oligarchica invece di un’economia pianificata totalitaria. A differenza del totalitarismo staliniano, che mirava alla trasformazione rivoluzionaria e al controllo capillare totale della società, l’autoritarismo competitivo putiniano è orientato soprattutto alla conservazione del potere attraverso il mantenimento di una facciata di pluralismo controllato”.
– Quali sono i tratti più specifici della riforma costituzionale che di fatto consegna il potere assoluto in Russia a Putin fino al 2036?
“La riforma costituzionale approvata nel 2020 rappresenta il principale strumento attraverso cui il sistema politico russo ha istituzionalizzato la continuità della leadership di Vladimir Putin. Approvata mediante una consultazione popolare il 1° luglio 2020, al termine di un iter parlamentare rapido e controllato, ha modificato circa un terzo degli articoli della Costituzione del 1993. Ufficialmente presentata come un aggiornamento per rafforzare la sovranità, la stabilità sociale e l’efficienza istituzionale. Molti osservatori hanno interpretato la riforma come una risposta al cosiddetto “problema del 2024”. L’elemento più importante è il cosiddetto “reset” dei mandati presidenziali. La riforma ha mantenuto formalmente il limite di due mandati, ma ha introdotto una clausola transitoria, proposta dalla deputata Valentina Tereškova (la prima donna nello spazio nel 1963), che azzera il conteggio dei mandati precedenti. In questo modo Putin ha potuto ricandidarsi nel 2024 e conserva la possibilità di farlo nuovamente nel 2030, restando potenzialmente al potere fino al 2036. Questa rappresenta la disposizione politicamente più significativa della riforma. Un secondo aspetto chiave è il rafforzamento delle prerogative presidenziali. La Costituzione era già fortemente presidenzialista; la riforma ha ampliato ulteriormente i poteri del presidente nelle nomine di giudici costituzionali, procuratori e altri vertici istituzionali, consolidando il controllo sul sistema giudiziario e sugli apparati statali. Le nuove competenze attribuite al Parlamento (ad esempio nella formazione del governo) restano marginali e non alterano la netta predominanza dell’esecutivo. Particolare rilevanza assume la costituzionalizzazione del Consiglio di Stato: da organo consultivo extra-costituzionale è diventato un organo costituzionale con il compito di definire le linee generali della politica interna ed estera e di coordinare le istituzioni. Molti analisti vi hanno visto una possibile sede istituzionale attraverso cui Putin avrebbe potuto continuare a esercitare un ruolo dominante anche dopo un eventuale abbandono della Presidenza; tuttavia, dopo la riforma del 2020 e la rielezione del 2024, il Consiglio di Stato è rimasto soprattutto uno strumento di coordinamento e centralizzazione del potere presidenziale. Infine, la riforma ha introdotto importanti elementi identitari e sovranisti: primato della Costituzione russa sul diritto internazionale, divieto di doppia cittadinanza o conti all’estero per le alte cariche, definizione del matrimonio come unione tra uomo e donna, richiamo alla fede in Dio e alla memoria della Vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Questi principi ancorano costituzionalmente la narrazione conservatrice, sovranista e centrata sulla valorizzazione dell’autonomia politica e culturale della Russia rispetto alle influenze esterne. Nel complesso, la riforma non ha solo prolungato l’orizzonte temporale di Putin, ma ha costituzionalizzato un modello di presidenzialismo personalizzato fondato sulla centralità della figura del capo dello Stato, riducendo ulteriormente gli spazi per un’alternanza reale e rafforzando la stabilità del sistema putiniano nel lungo periodo”.












