di Giuseppe Gagliano –
Il Camerun si prepara alle elezioni presidenziali del 12 ottobre 2025, ma l’esito appare già scritto. Paul Biya, 92 anni e al potere dal 1982, correrà per l’ottavo mandato consecutivo. Nonostante l’età avanzata e le ripetute contestazioni internazionali, l’uomo forte di Yaoundé mantiene una presa granitica sulle istituzioni grazie a un sistema costruito per neutralizzare ogni opposizione reale. La pubblicazione della lista dei candidati da parte della Commissione Elettorale (Élécam), che ha escluso l’ex leader del MRC, Maurice Kamto, conferma una tendenza ormai strutturale: la democrazia camerunese è funzionale al mantenimento del potere, non alla sua alternanza.
Il caso Kamto è emblematico. Leader carismatico dell’opposizione, già protagonista delle contestazioni post-elettorali del 2018, Kamto è stato estromesso a causa di una presunta confusione interna al suo partito, legata alla candidatura parallela di Dieudonné Yebga. Una giustificazione giuridicamente fragile e politicamente sospetta. Il Manidem, che ha appoggiato Kamto, nega ogni legittimità a Yebga e promette ricorso al Consiglio costituzionale. Ma il vero messaggio è chiaro: nessuna minaccia al potere sarà tollerata, neanche tra le pieghe della legge.
La strategia del regime si fonda su un’abile combinazione di repressione e cooptazione. A fronte di 83 candidature presentate, solo 13 sono state accettate. Tra queste, molti nomi già noti e legati all’apparato statale: ex ministri, figure riconciliabili con il sistema, candidati “gestibili”. L’opposizione si presenta divisa, senza un fronte unito e priva di un’alternativa credibile. L’unica donna candidata, Tomaïno Ndam Njoya, e i giovani outsider Hilaire Zipang e Samuel Iyodi, appaiono più come simboli che come reali contendenti.
Il pluralismo camerunese è dunque solo apparente. Il sistema elettorale, il controllo sull’informazione e il ruolo delle forze di sicurezza garantiscono a Biya un campo da gioco sbilanciato. Il voto del 12 ottobre, salvo clamorose sorprese, sarà un rito più che una contesa. La funzione delle elezioni, in questo schema, non è quella di selezionare la leadership, ma di legittimarla formalmente agli occhi della comunità internazionale.
Dietro l’apparente stabilità del Camerun si nascondono tensioni profonde. La crisi nelle regioni anglofone, represse con la forza e mai risolte politicamente, continua a generare violenze. L’economia, pur in crescita formale, è soffocata dalla corruzione e da una distribuzione iniqua delle risorse. Il sistema sanitario è fragile, quello educativo sotto pressione. Il rischio è che, dietro la maschera dell’ordine, si prepari un’esplosione sociale.
In questo scenario, il Camerun resta un attore importante nello scacchiere dell’Africa centrale. Partner economico di Cina, Francia e Russia, esportatore di petrolio e risorse strategiche, nodo logistico tra Sahel e Golfo di Guinea, Yaoundé rappresenta una pedina che nessuna potenza vuole perdere. Ecco perché, nonostante le violazioni democratiche, Paul Biya continua a ricevere un sostegno implicito. La stabilità, seppure autoritaria, è preferita al caos.
Le elezioni del 2025 rischiano di essere un altro capitolo di una democrazia prigioniera del proprio passato e delle sue paure. Finché il Camerun non riuscirà a liberarsi dal culto della personalità e da un sistema elettorale manipolato, ogni consultazione popolare sarà solo la conferma di un ordine precostituito. La vera sfida non è eleggere un presidente, ma rifondare lo Stato.




