Ue. Velo islamico sì. No. Forse…

di C. Alessandro Mauceri –

Circolare con il volto coperto è vietato dalle leggi di molti stati. Per questo motivo da tempo l’utilizzo del copricapo da parte delle donne islamiche è oggetto di polemiche, ma non si può dire lo stesso delle mascherine chirurgiche durante la pandemia o dei caschi da motociclista.
Col tempo da questione meramente tecnica, ovvero permettere il riconoscimento del volto di una persona, questa discussione è diventata un tema sociale. Fino a interessare anche lo hijab, il velo che copre il capo (ma non il volto) delle donne islamiche.
Una questione che in Europa sembrava essere stata definitivamente risolta dopo la sentenza della Corte di Giustizia europea che, il 18 Settembre 2018, aveva condannato il governo belga per aver proibito ad una donna che indossava l’hijab di entrare nell’aula di un tribunale. Secondo le autorità belghe tale copricapo violava il principio di “neutralità” dei luoghi pubblici.
La Corte di Strasburgo si era espressa diversamente affermando che “Vietare il velo in pubblico viola il diritto alla libertà di pensiero, coscienza, religione”. Vietare l’hijab violerebbe l’art. 9 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, che al comma 2 prevede che la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo non debba essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie in una società democratica alla pubblica sicurezza, alla protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica, o alla protezione dei diritti e della libertà altrui.
Sembrava che la questione fosse chiusa una volta per tutte. Invece nei giorni scorsi una nuova sentenza della Corte di Giustizia europea potrebbe aver rovesciato questo principio. Due donne musulmane hanno presentato ricorso dopo che i rispettivi datori di lavoro (il titolare di supermercato e una scuola) le avevano licenziate per non aver voluto togliere l’hijab durante le ore di lavoro. Secondo i giudici il provvedimento “può essere giustificato dall’esigenza del datore di lavoro di presentarsi in modo neutrale nei confronti dei clienti o di prevenire conflitti sociali”.
Una decisione discutibile che ha riaperto la discussione su temi mai risolti, dal crocifisso nelle aule scolastiche al fatto che anche solo indossare una catenina con una croce potrebbe essere considerato “non neutrale”, e perfino un tatuaggio. “È un altro passo, questo, verso l’istituzionalizzazione dell’islamofobia” ha dichiarato la vicepresidente dell’UCOII, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia, Nadia Bouzekri, la quale ha aggiunto che “un atto che questa volta non si mostra sotto forma di riconoscibili manifestazioni di chi diffonde odio da dietro una tastiera, ma con il volto delle istituzioni comunitarie. Una decisione più dolorosa umanamente, dunque, per chi le vive. Chiediamo un passo indietro”.
Cosa vuol dire “esigenza reale” per il datore di lavoro? Leggendo i contratti di molti lavoratori, soprattutto pubblici e che hanno a che fare con il pubblico, si scopre che anche in Italia tra le righe spesso ci sono riferimenti all’abbigliamento che non deve mostrare segni religiosi o di appartenenza a partiti o simili.
Al di là di casi estremi, nel 2018 i giudici europei con la maggioranza non unanime di sei voti favorevoli ed uno contrario, avevano giustificato la loro decisione affermando che quelle limitazioni (in quel caso negare l’accesso alle aule dei tribunali) violava l’articolo 9 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo. Una norma riconosciuta da tutti i paesi europei.
Ora la nuova sentenza ha detto che tutto questo non conta e che è più importante restare “asettici” sul posto di lavoro. E che quindi il datore di lavoro può “limitare la libertà di pensiero, coscienza e religione del proprio lavoratore”.