di Mauro Morbello * –

Il 18 agosto, a Zamboye, nell’ovest della Repubblica Centrafricana, vicino al confine con il Camerun, il crollo di una miniera d’oro artigianale, priva di autorizzazioni formali e condizioni minime di sicurezza, ha provocato, secondo le informazioni al momento disponibili, oltre cento morti. Il bilancio finale, che forse non conosceremo mai, potrebbe tuttavia essere, e di molto, superiore. La notizia è circolata in maniera piuttosto superficiale sui mezzi di comunicazione di massa, ridotta quasi esclusivamente alle impressionanti immagini dell’enorme frana che ha travolto e sepolto decine di persone. Dietro quelle immagini, tuttavia, non vi è solo un incidente. Si nasconde una realtà molto più complessa, nella quale sfruttamento, illegalità e interessi economici si estendono lungo una filiera che va ben oltre i luoghi nei quali l’oro viene estratto.

Già nel 2025 un rapporto delle Nazioni Unite aveva documentato, proprio nell’area di Zamboye, l’esistenza di una rete di estrazione e traffico illecito dell’oro nella quale operavano minatori artigianali, finanziatori e intermediari stranieri, con il coinvolgimento diretto di uomini armati del movimento 3R, uno dei principali gruppi ribelli attivi nell’ovest della Repubblica Centrafricana. I suoi membri esercitavano un controllo armato sulle attività minerarie illegali e ne traevano benefici economici, contribuendo a collegare l’estrazione dell’oro ai circuiti criminali e al trasporto transfrontaliero.

Come era accaduto alcuni mesi fa nella miniera artigianale di coltan a Rubaya, nella Repubblica Democratica del Congo, Zamboye rappresenta oggi un’altra drammatica manifestazione della corsa all’oro e, più in generale, ai minerali strategici, che negli ultimi anni si è intensificata in numerosi Paesi produttori del Sud globale, non solo in Africa. L’aumento del prezzo dell’oro e delle principali materie prime critiche ha accresciuto la convenienza economica dell’estrazione informale, spingendo decine di migliaia di persone che affrontano condizioni di esclusione verso miniere prive di controlli, situate in territori dove la presenza dello Stato è con frequenza inesistente o connivente con reti criminali di contrabbando. A differenza di prodotti illeciti per loro stessa natura, come la cocaina, l’oro può essere facilmente reinserito nei circuiti legali. Estratto illegalmente, può varcare clandestinamente una frontiera, passare attraverso intermediari, essere mescolato con produzione regolare e raffinato in un altro Paese, fino a perdere ogni riferimento riconoscibile della propria provenienza. Riclassificazioni documentali ed elusione dei meccanismi di tracciabilità consentono così di occultarne l’origine e di commercializzarlo infine attraverso canali perfettamente legali.

Si tratta di un volume d’affari enorme. Secondo SwissAid, in Africa l’estrazione artigianale informale produce oltre 500 tonnellate d’oro all’anno, pari a circa la metà della produzione complessiva del continente. Si stima che tra il 70 e l’80% di questa quantità sfugga ai circuiti ufficiali, senza essere registrato dalle autorità né sottoposto a controlli, per confluire poi in gran parte, se non nella quasi totalità, attraverso reti informali e clandestine verso i mercati internazionali. Una realtà non molto diversa è presente anche in America Latina, regione alla quale è riconducibile circa il 20% della produzione mondiale d’oro. Anche qui l’estrazione artigianale ha dimensioni enormi. Metals Focus stimava già nel 2023 circa 250 tonnellate d’oro prodotte con questa modalità nel solo Sud America. Quasi la metà della produzione regionale. Da allora il fenomeno è ulteriormente cresciuto, sulla spinta dell’aumento del prezzo dell’oro e della conseguente espansione delle attività informali e illegali. Colombia e Perù rappresentano due degli esempi più evidenti di una situazione fuori controllo. In Colombia, Planet Gold stima che circa il 46% dell’oro sia prodotto attraverso l’estrazione artigianale, con l’87% degli operatori del settore che lavora in condizioni di informalità. In Perù il fenomeno presenta dimensioni ancora maggiori. Nel 2025, alle circa 109 tonnellate di produzione ufficialmente registrata si sarebbe affiancata una quantità sostanzialmente equivalente di oro estratto illegalmente.

Le responsabilità che alimentano questa realtà non possono però essere ricondotte soltanto ai Paesi produttori. Una parte decisiva della filiera si sviluppa infatti molto lontano dai luoghi di estrazione, nei centri dove l’oro viene raffinato, trasformato, certificato e immesso nei mercati internazionali. È proprio in questi passaggi che emerge con maggiore evidenza anche il ruolo dell’Europa. La sola Svizzera raffina circa il 34% dell’oro lavorato a livello globale, mentre Londra rappresenta il maggiore centro internazionale per gli scambi finanziari sul metallo. Anche l’Italia occupa una posizione tutt’altro che marginale. Oltre a rappresentare una delle maggiori industrie orafe, è il secondo esportatore mondiale di gioielleria e il primo dell’Unione Europea. Tre dei suoi principali operatori dispongono complessivamente di una capacità di raffinazione d’oro superiore a 390 tonnellate l’anno, l’8% della disponibilità a livello globale.

Oro che, nonostante le norme europee sulla tracciabilità, riesce comunque a raggiungere i nostri mercati dopo essere stato estratto in luoghi nei quali la sua produzione ha significato sfruttamento, violenza e, come a Zamboye, la morte di chi lo estrae. Una realtà che la distanza geografica non può renderci estranea, perché coinvolge responsabilità che appartengono anche a noi.

* Dopo oltre trent’anni di esperienza come cooperante, oggi si occupa di analisi e divulgazione di temi internazionali e geopolitici, con particolare attenzione all’America Latina e alle dinamiche sociali, economiche e politiche della regione. Ha pubblicato Il cammino di un cooperante, un libro autobiografico nel quale ricostruisce le esperienze di vita e di lavoro maturate in diversi Paesi di Africa e America Latina.