
«Ci resta solo il mare, per annegarci»: viaggio nella Crimea rimasta al buio
Senza benzina, senza luce, senza lavoro e senza turisti: un fotoreporter russo ha attraversato la penisola da Feodosia a Kerč tra code di tre giorni ai distributori, rifugi chiusi col lucchetto e città che di notte spariscono. Il reportage di «Bereg», per gentile concessione.
Un fotoreporter della testata indipendente russa «Bereg» ha attraversato in incognito la Crimea nell’estate del 2026: senza carburante, senza elettricità, senza lavoro e senza turisti. Pubblichiamo il suo racconto, tradotto e adattato per il lettore italiano dalla redazione, per gentile concessione dell’autore. Le fotografie sono sue.
La strada per la Crimea
C’è un solo modo per entrare in Crimea dalla Russia senza passare dai territori occupati: il ponte di Kerč, 19 chilometri sospesi sullo stretto che divide il Mar Nero dal Mar d’Azov. Putin lo inaugurò nel 2018 alla guida di un camion, e da allora il ponte è insieme il simbolo dell’annessione e il cordone ombelicale della penisola: tutto — benzina, cibo, turisti, soldati — passa di lì.
Il minibus per Feodosia è pieno per un terzo. A bordo non c’è un solo turista, solo gente del posto: si capisce dai discorsi e dall’assenza di bagagli. I miei compagni di viaggio fanno pronostici su quanto toccherà aspettare all’imbocco del ponte: certe volte, raccontano, la coda è arrivata a sedici ore. I giornali di queste cose non scrivono.
All’avvicinarsi al ponte compaiono recinzioni col filo spinato e uomini in mimetica. Al punto di controllo gli altoparlanti ripetono in continuazione le istruzioni su come comportarsi in caso di attacco: dove ripararsi, cosa fare se il bombardamento ti sorprende a metà dell’attraversata. Il minibus viene passato ai raggi per intero, come un paziente in radiologia.
Il controllo è veloce, perché in direzione della Crimea non c’è coda: è il primo indizio. Sul ponte, per tutta la sua lunghezza, militari e mezzi coperti da reti mimetiche. E alle porte di Kerč, il secondo indizio: le autocisterne ferme sul ciglio, circondate da gente che compra e vende carburante al mercato nero.
Feodosia e Koktebel
Feodosia, sulla costa orientale, è una città che gli italiani hanno già posseduto senza saperlo: è l’antica Caffa, per due secoli il più ricco emporio dei mercanti genovesi sul Mar Nero. Oggi delle mura genovesi restano le rovine, e del passato da località balneare resta soprattutto il ricordo.

Sul pulmino che prosegue per Koktebel viaggiano quasi solo residenti; i rari zaini in spalla appartengono ad altri crimeani, venuti al mare per il fine settimana. Quando la gente scopre che arrivo dalla Siberia, si stupisce: un forestiero, quest’anno, è una notizia.
Bisogna spiegare cos’era Koktebel, per capire cosa significa vederla vuota. Questo paesino ai piedi del vulcano spento Kara-Dag è stato per un secolo la capitale bohème della Crimea: qui il poeta Maksimilian Vološin aprì la sua casa a mezza intellighenzia russa, qui d’estate arrivavano i pittori che appendevano i quadri lungo gli steccati, il festival «Jazz Koktebel», i deltaplanisti che si lanciavano dalla collina del vento — il monte Klement’ev — e perfino la più famosa colonia di nudisti dell’ex Unione Sovietica. Una specie di Saint-Tropez slava, più povera e più letteraria.
Oggi la cittadina è quasi deserta. In albergo sono l’unico ospite. Al mercato lavora un solo banco di frutta. Alla cantina — il vino di Koktebel era un altro dei suoi vanti — l’amministratrice mi dice che per un visitatore solo la degustazione non si fa.

Un tassista racconta che i dipendenti delle aziende locali si mettono in ferie non pagate: «Il mio vicino fa l’istruttore di guida. Dice: chi arriva con la benzina sua, guida e impara. Così lui un po’ lavora e un po’ no».
Una signora che vende escursioni ai turisti mi elenca, una per una, tutte le cose che non si possono più fare. Il giro della penisola non parte, perché non si riempie il pullman. Il lago rosa di Kojaš è chiuso: i militari hanno sbarrato l’intera riserva naturale che lo circonda. La funivia dell’Aj-Petri, la montagna a picco sul mare sopra Jalta, è ferma da due anni: «Prima hanno detto manutenzione, poi sicurezza, adesso non si sa più». I parapendii sono vietati dall’inizio della guerra; l’anno scorso è toccato perfino al paracadute trainato dal motoscafo: «Che fastidio dava? Vola a duecento metri». E poi la frase che riassume tutto: «Prima mandavamo grandi escursioni ogni giorno. Ma voi, come specie in villeggiatura, vi siete estinti. Capisce? Vi siete estinti. Resta la gita in barca alle Porte d’Oro» — lo scoglio ad arco davanti al Kara-Dag, la cartolina di Koktebel — «due volte al giorno. È rimasto un solo battello. Gente non ce n’è, carburante non ce n’è».

Il lungomare è in ristrutturazione, e ha preso l’aria impersonale delle vie rifatte di Mosca. Prima qui c’erano cinque pontili e per le gite partivano undici barche, una ogni mezz’ora. Una residente che incontro in spiaggia non perdona: «Due anni a demolire tutto. Non costruivano niente — demolivano. Non avevano materiali, non avevano soldi. Aspettavamo con terrore di vedere come andava a finire. Ecco: una piazza senza volto, lastricata. Prima il lungomare era stretto, tortuoso, con la sua aura. Hanno buttato giù i caffè lungo il mare — dove hanno comprato dalla gente, e dove hanno tolto e basta. E adesso, quando piove, l’acqua ristagna per tre giorni: prima non c’erano questi cordoli, l’acqua se ne andava da sola. Il committente? Lo Stato, ovvio».
Poi il rimpianto si allarga a tutto quello che Koktebel era: «Sulla piazza Vološin si radunavano gli amanti della poesia. C’erano i pittori con i quadri lungo lo steccato, il “Jazz Koktebel”, arrivava un mucchio di gente coi dread e i berretti di lana. E lì stavano i nudisti: da che mi ricordo io, ci sono sempre stati. Li hanno sloggiati nel 2023 — sono arrivati i poliziotti, li hanno impacchettati e portati via. Adesso non c’è più niente di tutto questo».
Nelle caffetterie vuote del paese resiste un uomo che prepara il caffè alla turca sulla sabbia rovente, come si usa da queste parti. Era arrivato anni fa per il festival jazz, si era innamorato del posto, aveva aperto il locale. La sabbia si scalda a gas, e lui è preoccupato: presto potrebbe non riuscire più a ricaricare la bombola. In Crimea anche il gas, come la benzina, è diventato merce rara.
Simferopoli
Simferopoli non è una città di mare: è il capoluogo, lo snodo da cui passano tutte le strade della penisola, il posto dove si vive e si lavora. Se la Crimea ha una sala macchine, è qui — ed è qui che i guasti si sentono prima.
Sul minibus da Koktebel sono l’unico passeggero. La corsa che costava 400 rubli me la fanno pagare 800, circa otto euro: la penuria di carburante gonfia i prezzi e cancella le corse. Il conducente si sfoga: «Il guadagno dipende da quello che raccogli lungo la strada, e non si raccoglie niente. Oggi ho preso lei e quel ragazzo, fine. Alzare ancora il prezzo non si può: era 400, poi 500, oggi 800. E i padroni protestano perché consegno pochi soldi. Io viaggio in pari, per me non resta nulla. E la gente ce l’ha con me perché il biglietto è rincarato».
I bus urbani, intanto, sono stracolmi: le corse sono state tagliate per mancanza di benzina, e per lo stesso motivo mezza città ha lasciato l’auto in garage.

La tensione affiora nei discorsi più banali. Un uomo salito a metà strada protesta per il prezzo del biglietto, e il suo sfogo è un piccolo trattato di politica: «Che colpa ne abbiamo noi se la benzina è rincarata? Questi soldi bisogna guadagnarli, e licenziano tutti. Luce non c’è, lavoro non c’è. Il conducente non c’entra. Io non c’entro. Tu non c’entri. C’entrano quelli là» — e indica un punto vago, lontano, che non ha bisogno di nome.
Nei negozi i prezzi corrono più svelti dei commessi: i cartellini non fanno in tempo a essere aggiornati, e ovunque pendono avvisi che invitano a «verificare il prezzo in cassa: è in corso la rivalutazione della merce».
Nel centro della città campeggia una grande carta metallica della Russia con la Crimea saldata sopra. Nel cortile del principale museo archeologico, tra le anfore e le lapidi degli scavi, è esposto un drone gigante, come fosse un reperto anche lui. Dentro, schermi e luci sono spenti per risparmiare corrente: li accendono apposta, quando entra un visitatore.
Davanti al museo, un gruppo di adolescenti attacca discorso volentieri. Fanno una mappa dei bombardamenti come altri coetanei farebbero la mappa dei locali: «Qui in centro botti non ce ne sono tante. A volte di notte, verso le quattro, comincia. Tocca soprattutto le periferie — Kamenka è vicino alla centrale elettrica che alimenta tutta la Crimea».
Tra loro c’è una ragazza che vive proprio in periferia, dove l’acqua manca al punto che lavarsi e cucinare è diventata un’impresa: «Ormai mi sono abituata: c’è il secchio d’acqua, e va bene così. Solo che fa caldissimo e i condizionatori non funzionano. E conviene cucinare quello che si conserva: il grano saraceno, per esempio, quello dura».
I suoi amici parlano del futuro con una naturalezza che gela: «Presto ci sarà il blocco della Crimea. Mio zio lavora in quell’ambito, a Mosca: dice che per settembre-ottobre chiudono tutto, e se bombardano forte dichiarano l’evacuazione. Mia mamma si è già messa d’accordo coi parenti fuori dalla penisola. Benzina non ce n’è, ma io e papà teniamo la macchina parcheggiata col pieno: non la tocchiamo, per ogni evenienza». Un altro racconta del colpo arrivato a giugno nel suo quartiere: «Quella gente è ancora in ospedale. Gli sono bruciati tutti i documenti. Hanno chiesto una casa, almeno un appartamento. E gli hanno risposto: non risulta nessun documento che la casa fosse vostra».
Mi sistemo in albergo: un’ala è occupata per intero dai militari, nell’altra l’unico ospite sono io. Il novanta per cento dei distributori della penisola è chiuso. Attacco discorso con una coppia arrivata in auto da San Pietroburgo prima che iniziasse la crisi del carburante. Come ripartiranno, non lo sanno nemmeno loro.
Evpatoria
Evpatoria, sulla costa occidentale, era la spiaggia dei bambini: mare basso, sabbia, sanatori e colonie estive dove i pediatri sovietici spedivano intere generazioni a curarsi le vie respiratorie. È una città costruita per essere piena di famiglie. Oggi la sua immagine simbolo è un’altra: la coda al distributore.
Ci trovo una donna a cui l’automobile serve per lavorare. Aspetta di fare il pieno da quattro giorni e non ci crede più: «Prima dicono che la benzina non arriva e la gente se ne va; allora cominciano a darla. Così la prende non chi era in coda, ma chi passava di lì per caso». Ha deciso di non muoversi più dal piazzale.
Le voci della coda, messe in fila, compongono il bollettino di guerra della vita quotidiana. C’è chi dorme in macchina da tre notti: «Perché non escono a dire se la benzina la danno o no? Ieri, l’altro ieri: la stessa storia. Il buio totale». Chi fa i conti del razionamento di fatto: «Prima ne davano per cento macchine, adesso per sessantacinque-settanta. Fortunato chi ha due auto in famiglia: con una tieni il posto, con l’altra arrivi. La coda avanza soprattutto quando qualcuno crolla e se ne va». Chi quelli del mercato nero li chiama per nome: «Ai bagarini una tanica da venti litri la paghiamo cinque-settemila rubli — cinquanta, settanta euro — quando al distributore il litro costa 215. Che lavoro bisogna fare, per permettersi cifre così?». E chi allarga il quadro: «Beato chi un lavoro ce l’ha ancora. Da noi in ditta niente luce, niente internet, niente di niente. Le centrali elettriche sono ridotte a rottami: appena ne aggiustano una, la sera arriva un altro drone. Io sono di Saki» — la cittadina termale qui accanto — «e ieri per tutto il giorno né luce né acqua. La gente che viene qui in vacanza: ma dove crede di venire, esattamente?».
Le storie si fanno più cupe a ogni metro di coda. Il ragazzo di Saki andato a prendere benzina «sul continente» evitando il ponte, centrato da un drone, bruciato vivo con la sua auto. I ladri che ormai forano i serbatoi da sotto, per travasare. Le due navi cisterna dirette in Crimea e affondate. «E le autocisterne che arrivano, i droni le fanno saltare. Hanno cominciato a mascherarle da carri qualsiasi, che non si capisca. Risultato: ci vanno di mezzo anche le auto normali. Mio figlio sta a Krasnodar, dice: mamma, te la porto io la benzina. Gli ho risposto: non ti azzardare a venire qui».

In coda c’è anche una russa “del continente” che otto anni fa ha comprato una dacia in Crimea. Vorrebbe andarsene con la famiglia, ma non osa mettersi in strada: «Siamo come ostaggi. Un momento è tranquillo, il momento dopo siamo pronti a scappare a piedi, da quanto bombardano. Le sirene ti segano i nervi con quell’ululato. Ecco che dacia è diventata. Ma la nostra generazione — io ho sessant’anni e rotti — è la più resistente: abbiamo passato il default del ’98, la perestrojka, tutto. Non ci stupisce più niente». Molti crimeani, la scelta, non ce l’hanno proprio: «Tanti conoscenti se ne sono andati, altri ci pensano. E io — sospira una donna — io là chi mi aspetta?».
Intorno ai distributori vuoti, appesi a ogni angolo, i manifesti elettorali di Russia Unita — il partito di Putin — annunciano le elezioni in arrivo. L’effetto è surreale, come pubblicità di crociere in una città assediata.

Nella pensione dove alloggio vivono due donne. Una è appena tornata da Melitopol, la città ucraina occupata dai russi nel 2022, dov’è andata a mettere una lapide sulla tomba della madre. La sua storia è la mappa di una famiglia spezzata in due dalla guerra: «Ce ne andammo dall’Ucraina per gli Urali nel 1995. Mamma e papà si trasferirono invece nell’Ucraina occidentale, perché papà era di là. Papà e mia sorella sono sepolti nella regione di Ivano-Frankivsk: là non potrò mai più andare. Per questo sul retro della lapide di mamma ho fatto mettere la fotografia di tutta la nostra famiglia. Almeno lei potrò venire a trovarla».
L’altra è arrivata coi figli da Armjansk, la cittadina industriale sull’istmo che collega la Crimea all’Ucraina: il collo di bottiglia della penisola, oggi zona di frontiera nel senso più letterale. «I droni volano. Armjansk è completamente senza corrente, tagliata fuori dalla vita, viveri non ce ne sono: i camion li mitragliano sulla statale. Casa nostra sta proprio sotto la linea dove passano i droni e dove li abbattono. Durante gli attacchi ci nascondevamo in corridoio, lontano dai vetri». È stato il fratello, arrivato apposta da Sebastopoli, a portarli via: «Dai, piccola, raccogli le tue cose. Qui non ne esce niente di buono: bisogna filare finché ci sono le gambe». Lungo la strada, racconta, i tir colpiti fumavano ancora.
Ad Armjansk vivevano quasi ventimila persone; restano i militari, gli operai del combinato chimico e i vecchi. «Mia madre ha detto che non si muove. Le dicevo: mettete in macchina anche la nonna, ha 88 anni, portatela qui. Niente. E là curarsi è impossibile: i diabetici portano l’insulina in farmacia, perché è l’unico posto col generatore per il frigorifero. Così sopravvivono. Ho letto che in un quartiere hanno messo un punto Wi-Fi gratuito, “per restare informati”. La gente ci va e scrive: dateci cibo e acqua. Dateci la luce». C’è anche l’orgoglio ferito di chi si sente invisibile due volte: «Di Džankoj e di Kerč almeno qualcosa hanno scritto. E noi di Armjansk cosa siamo — non esistiamo proprio?». E subito dopo, senza contraddizione: «Io dalla Crimea non me ne vado. Ci sono nata. La Crimea è la mia vita».
Il marito ora lavora nei campi. Prima faceva il soldato: è stato al fronte vicino a Charkiv, in Ucraina, dov’è rimasto gravemente ferito. Quando lei è rimasta incinta della terza figlia, ha deciso che non sarebbe più tornato a combattere. Dalla strada arriva il rumore di un motorino: la donna alza la testa di scatto, in automatico, e cerca con gli occhi il drone.

La luce, a Evpatoria, va e viene senza orari né preavvisi: pianificare qualsiasi cosa è impossibile. La sera la città sprofonda in un buio totale, tagliato ogni tanto dai fari di un’auto. Caffè e negozi che hanno potuto si sono comprati il generatore, per tenere accesa almeno una lampadina; durante i distacchi i dipendenti aspettano seduti fuori.

Sui banchi degli alimentari la carne è quasi sparita: senza corrente i frigoriferi non vanno. I commessi li coprono con pellicce e coperte, per trattenere il freddo; i latticini si comprano in piccole partite, giorno per giorno. E siccome c’è chi alla cassa non può pagare — il lavoro non c’è più — i negozianti danno la merce a credito e segnano i nomi su un quaderno, come nel dopoguerra.
Sulle spiagge poca gente, ma ogni cento metri una costruzione che sembra un riparo. Pensavo fossero rifugi per i bagnanti, finché non ho letto la targhetta: «Proprietà del ministero della Difesa». Non servono a proteggere chi scappa: servono a chi spara.
Sebastopoli
Sebastopoli non è una città come le altre: è la base della flotta russa del Mar Nero, la città-mito assediata dagli anglo-francesi nell’Ottocento e rasa al suolo dai tedeschi nel Novecento, tanto sacra alla retorica patriottica russa che in epoca sovietica era chiusa perfino ai cittadini comuni. Per il Cremlino, la Crimea È Sebastopoli. Ed è qui che la guerra si sente più vicina.
Spari e colpi risuonano spesso, di notte all’incirca ogni due ore. Vicino alla terrazza panoramica stazionano due mezzi militari con le mitragliatrici. All’improvviso suona la sirena: da uno dei veicoli salta giù un soldato e comincia a sparare al cielo, per abbattere un drone.
Quello che colpisce è il contrasto. Un attimo prima mi erano passate accanto quattro donne con un passeggino; sulla terrazza le coppie continuano a farsi le foto come se niente fosse; da un cortile arrivano voci di bambini che giocano. È come se la guerra non la notasse nessuno. Per non farmi notare nemmeno io, cammino piano, non corro, e recito anch’io la parte di quello a cui va tutto bene. In realtà ho paura.

In città vige lo stato d’emergenza: i negozi chiudono alle otto. Come ovunque in Crimea, col buio i lampioni restano spenti e la gente gira con le torce. Di nuovo sirene, di nuovo raffiche.
Poi c’è il Nuovo Chersoneso. Per capirlo serve un passo indietro: il Chersoneso è la colonia greca fondata qui ventiquattro secoli fa, patrimonio Unesco, il posto dove secondo la tradizione fu battezzato il principe Vladimir di Kiev — l’atto di nascita della cristianità russa. È per questo che il Cremlino ci ha costruito accanto, dopo l’annessione, un gigantesco complesso museale celebrativo. In uno dei padiglioni, il museo della Crimea e della «Novorossija» — il nome zarista che Mosca ha rispolverato per i territori ucraini occupati: un edificio enorme con sì e no quindici pezzi esposti, quasi tutti video generati sulla «riunificazione dei popoli fratelli». Gli ologrammi rafforzano la sensazione di camminare dentro una realtà interamente costruita.
Nel libro degli ospiti quasi tutte le note sono entusiaste. Fa eccezione uno storico di Tomsk: «Mostra ben illustrata ma superficiale. Per chi non conosce il tema può essere utile. Io, storico di professione, non ne ho ricavato nulla». Quel giorno in mezza Crimea mancava di nuovo l’acqua. Al Nuovo Chersoneso invece c’è: zampillano le fontane, si annaffiano le aiuole.
Per strada un uomo attacca bottone — o meglio, parla solo lui, a raffica. È un patriota d’ordinanza, di quelli che il consenso lo recitano volentieri. Racconta che prima del 2014 «ci costringevano a parlare ucraino» negli uffici, e che alle due ragazze che in taxi gli chiesero perché non parlasse la lingua del Paese rispose fermando la macchina e cacciandole — in ucraino perfetto. «Per questo nel 2014 andavo a tutti i comizi. Urrà, sono un patriota. Non volevo gli americani a Sebastopoli. Putin è un grande. E quello che succede adesso non fa paura: se serve, vado a combattere».
Poi però racconta dell’amico Slavik, e l’aneddoto gli scappa di mano: «Mi tormentava: vieni a combattere. Gli ho detto: no, Slavik, a me hanno insegnato a vivere diversamente. Vuoi vivere, vai a rubare; non vuoi vivere, allora combatti. E lui: io ho già rubato abbastanza, ora è tempo di difendere il maltolto. Quattro mesi al fronte, l’hanno riportato con mezzo fianco squarciato. S’è rimesso, ha preso il figlio di diciannove anni ed è ripartito. Insieme a lui». La chiusa torna in copione: «Se sbarcano a Sebastopoli, prendo il fucile anch’io. Qui siamo tutti patrioti».
Attraversando il «vecchio» Chersoneso, tra le colonne greche, si scende alla spiaggia cittadina. Tra spogliatoi e chioschi, altri ripari. Un adolescente del posto mi spiega la routine: quando suona l’allarme aereo — e suona spesso — i militari fanno sgomberare la spiaggia. «I rifugi ci sono, dietro la friggitoria dei čeburek» — i fagottini di carne fritti che qui sono street food nazionale — «ma sono conci male, pieni di immondizia. Piano piano, purtroppo, ci si abitua a tutto. E adesso si sono aggiunti i distacchi della luce. E i prodotti che calano».
Vicino alla strada che sale dalla spiaggia siede una donna con una cesta di gattini in grembo. Con internet che va e viene, è tornata a piazzare i cuccioli alla vecchia maniera: per strada, a voce.
Dalla via Lenin, il corso principale, si apre la vista sulla rada dove all’ancora sta la flotta. Ovunque cartelli: vietato fotografare, vietato perfino parlare in videochiamata. La passeggiata è sbarrata con corde, nastri e filo spinato, pattugliata dai soldati. Sebastopoli è piena di militari, di ansia e di sospetto. La flotta che da bambino mi sembrava una cosa possente, oggi non lo sembra più: si nasconde sotto le reti antidrone.
Jalta
Jalta è il nome che anche il lettore italiano conosce: la perla della riviera di Crimea, i palazzi degli zar, la conferenza del 1945 in cui Stalin, Roosevelt e Churchill si spartirono l’Europa nella residenza di Livadija, a due passi da qui. Era la Portofino dell’impero russo. Oggi si arriva in hotel e l’amministratrice ti accoglie così: «Oh, che fortuna: un minuto fa è tornata la luce!».
La ragazza che mi ci porta in auto fa i conti della stagione fallita: l’alloggio che nel 2025 si affittava a ottomila rubli a notte, quest’anno non si piazza nemmeno a duemilacinquecento. «Qui sono tutti sotto shock. Contavano su questa stagione, e i villeggianti non ci sono. Chi vuoi che venga, senza benzina? Non sappiamo di cosa vivremo quest’inverno. Nei negozi i prezzi sono triplicati. E non se ne vede la fine».
Il giorno dopo la corrente salta tre volte. A ogni distacco la quotidianità si inceppa: i POS muoiono, i commessi piazzano torce a led sui banconi per far vedere la merce. Al ristorante il cameriere annuncia il menù della crisi: oggi solo bibite fredde e griglia. Mentre sono al tavolo, la luce se ne va un’altra volta.

La sera torno lungo il lungomare — quello che d’estate era un fiume di gente da far invidia a Rimini — e il buio cala di colpo: si spengono i lampioni, tutto sprofonda. Venditori e musicisti accendono le torce, e da quelle capisci dove finisce il marciapiede. Qua e là la gente si raccoglie intorno alla musica, qualcuno balla. All’improvviso una donna, forse un po’ bevuta, grida: «Voi ballate, e là c’è la guerra!». Un’altra le risponde: «Io cerco il positivo dappertutto. Da qualche parte la vita dovrà pur esserci!».


Il giorno dopo mi concedo la gita in barca lungo la costa — quella dei sanatori, delle ville e del Nido di Rondine, il castelletto neogotico a strapiombo sul mare che è la cartolina della Crimea intera. Dalla lancia, il panorama racconta un’altra storia: edifici nuovi ovunque, e molti fermi a metà. L’uomo accanto a me fa la guida non richiesta, ed è meglio di quella ufficiale: «Mezza costa l’hanno comprata i funzionari. Quello era il sanatorio cardiologico “Livadija”: evidentemente i cuori li hanno guariti tutti, adesso è una società privata. Qui, dietro ogni palazzo, c’è un cognome». Indica tre enormi torri azzurre, ferme: «Le costruivano i moscoviti. Hanno smesso perché il palazzo centrale si è crepato: la piccola Jalta poggia su lastre di basalto, costruire in altezza è pericoloso. Nemmeno un palazzo degli zar si è crepato col terremoto. Questi sì. Adesso sulla costa ci sono ventotto cantieri congelati». E chiude con l’amarezza di chi ha rinunciato perfino ad arrabbiarsi: «E noi? Noi sopportiamo, e zitti».



Nei negozi di Jalta i prodotti ci sono, ma a prezzi da capogiro per un salario locale: una vaschetta di ricotta 200 rubli, al ristorante non si esce sotto i duemila — una ventina di euro — mentre alla mensa popolare me la cavo con 700. Una turista mi racconta la sua soluzione: il marito si è portato la canna da pesca, e la cena se la sono pescata da soli.
Kerč, e ritorno
Kerč — «la città dei due mari», dice l’insegna del mercato, perché guarda insieme il Mar Nero e il Mar d’Azov — è la più antica città della penisola: era la Panticapeo dei greci, duemilaseicento anni fa. Oggi è soprattutto la città del ponte, e quindi il bersaglio.
Il bus entra in città nel buio totale, e il senso di pericolo si moltiplica. Sulla strada dell’albergo incontro dei ragazzini in skateboard: la luce manca da un paio di settimane, mi spiegano, e la tolgono «perché gli ucraini non capiscano dove mirare».


In una notte il telefono non si carica: non c’è corrente, come non c’è acqua. Al mattino l’amministratrice dell’albergo mi assicura che è stata una notte tranquilla — e la sua idea di tranquillità è già tutto il racconto: «Qualcosa ha rimbombato verso le quattro, ma lontano e piano. La notte prima invece i droni volavano sotto le finestre: un incubo. Solo che qui di queste cose non scrivono. Hanno colpito una palazzina di nove piani: un buco dal nono al primo piano — da nessuna parte una riga. Poi hanno colpito su un’altra via: quattro voragini nere, tutto bruciato. Niente. La settimana scorsa il conoscente di un conoscente era a un matrimonio, facevano gli spiedini: è arrivato un colpo, gli ha strappato le gambe, è morto in ospedale. E da nessuna parte niente: “va tutto bene, è tutto sotto controllo”».
Poi abbassa la voce: «Non ho mai avuto tanta paura come adesso. Eppure andava tutto bene, prima. Nessuno opprimeva nessuno, si viveva d’accordo. Mio figlio quest’anno ha finito la scuola con la medaglia d’oro, e io non so che futuro avrà: dall’università li manderanno tutti in guerra. È per questo che abbiamo cresciuto i figli?».

In città i segni dei colpi si vedono a occhio nudo; nel parcheggio del supermercato staziona un pick-up con la mitragliatrice nel cassone. Dentro il negozio trovo una presa funzionante e riesco finalmente a caricare il telefono. «Bella pensata, la copio», si rallegra una cliente. È una tatara di Crimea — il popolo turcofono della penisola, deportato in massa da Stalin nel 1944 e tornato a casa solo due generazioni dopo. «Qui è dura. Chi può, se ne va. E noi dove andiamo? Questa è la nostra terra. Ci resta solo il mare, per annegarci», sospira.


Chiamo un taxi per la stazione dei bus, e l’autista mi spiega l’economia parallela nata intorno alla sete di carburante: «Le autocisterne arrivano dal continente, ma non è detto che la benzina finisca ai distributori. Sono private: trafficano. Vendono a 268 rubli al litro, a 300, a 350, a 400 — secondo l’appetito. A volte stanno ferme nascoste sotto gli alberi, aspettano una scorta con la mitragliatrice, perché sulla “Tavrida”» — l’autostrada nuova che taglia la penisola — «i droni volano. Di notte, per lo più, riescono a passare». Poi, di colpo, il sospetto: «Ma perché le interessano queste cose? Che domande fa, lei… Non sarà mica un infiltrato?».
Alla stazione di Kerč salgo sul bus e torno dove questo viaggio era cominciato: al ponte. Davanti, una lunga coda per i controlli — stavolta c’è, perché quelli che lasciano la penisola sono molti di più di quelli che vogliono entrarci. I miei vicini vanno dai parenti ad Anapa, sulla costa russa oltre lo stretto: «Stanchi di vivere senza luce, senza gas e senza acqua». Fuori si fa buio e i passeggeri si agitano: bisogna salire sul ponte prima che lo chiudano per la notte. Il nostro bus — insieme a un altro con la scritta «SVO», la sigla russa dell’«operazione militare speciale», sul parabrezza — entra nella gigantesca camera dei controlli. Superata la metà del ponte, finalmente, respiro.

La galleria
Tutte le altre fotografie del viaggio, nell’ordine del racconto. Si sfoglia con le frecce, o scorrendo col dito. Foto: Bereg.
Testo e fotografie di «Bereg». Traduzione e adattamento della redazione di Notizie Geopolitiche, per gentile concessione dell’autore.
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