di Giuseppe Gagliano –
Il Ciad ha portato al massimo il livello di allerta e rafforzato le proprie forze nell’est del Paese dopo aver accusato le Forze armate sudanesi di avere colpito con aerei e droni un convoglio militare oltre cento chilometri all’interno del territorio ciadiano. Khartoum respinge le accuse e chiede un’indagine indipendente, ma l’episodio segnala il crescente rischio che la guerra civile sudanese si trasformi in un conflitto regionale.
Nella zona di Tiné, N’Djamena ha schierato un centinaio di mezzi tra blindati e autocarri, insieme ad apparati per il disturbo dei segnali. Il governo del presidente Mahamat Idriss Déby considera dunque concreta la possibilità di nuovi sconfinamenti o attacchi, mentre il conflitto iniziato nell’aprile 2023 tra le Forze armate sudanesi e le Forze di supporto rapido di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, coinvolge sempre più direttamente i Paesi confinanti.
Al centro delle tensioni c’è il presunto utilizzo del territorio ciadiano come corridoio logistico per rifornire le Forze di supporto rapido. Secondo esperti delle Nazioni Unite e diverse inchieste internazionali, armi provenienti dagli Emirati Arabi Uniti transiterebbero attraverso Amdjarass prima di raggiungere le zone del Sudan controllate dai paramilitari. Abu Dhabi e N’Djamena hanno sempre respinto queste accuse.
Il Ciad orientale è tuttavia diventato uno dei principali nodi logistici della guerra sudanese. Armi, carburante, oro, uomini e merci attraversano una frontiera difficile da controllare, dove alle strutture statali si sovrappongono reti militari, tribali e commerciali. Località come Adré e Amdjarass assumono così un’importanza strategica per i collegamenti con il Darfur.
La crisi pone Déby in una posizione delicata anche sul fronte interno. Le comunità Zaghawa, influenti negli apparati militari e di sicurezza ciadiani, accusano le forze di Hemedti di atrocità contro gli Zaghawa del Darfur. I rapporti tribali e familiari attraversano la frontiera e rendono politicamente rischiosa qualsiasi percezione di sostegno ciadiano ai paramilitari sudanesi.
A complicare ulteriormente il quadro sono i rapporti economici tra N’Djamena e Abu Dhabi. Nel 2024 il Fondo di Abu Dhabi per lo sviluppo ha concesso al Ciad un prestito da 500 milioni di dollari, con un interesse dell’uno per cento e una durata di diciotto anni. Nel 2023 erano già stati annunciati finanziamenti per 200 milioni di dollari, dei quali 50 milioni a fondo perduto. Gli Emirati hanno così rafforzato la propria influenza in un Paese strategicamente collocato tra Sahel, Africa centrale e Sudan.
La guerra ha inoltre prodotto una crescente emergenza umanitaria. Nel Ciad orientale sono arrivati oltre 918mila rifugiati sudanesi, esercitando una forte pressione su territori caratterizzati dalla scarsità di acqua, infrastrutture, servizi sanitari e generi alimentari. Le tensioni tra comunità e la diffusione delle armi aumentano parallelamente il rischio di nuove milizie locali.
Un precedente segnale era arrivato con l’attacco contro un funerale a Tiné, attribuito alle Forze di supporto rapido, che aveva spinto centinaia di abitanti della zona ad armarsi. Il pericolo principale non appare quindi quello di una guerra convenzionale dichiarata tra Ciad e Sudan, quanto quello di una successione di bombardamenti, sconfinamenti e rappresaglie capaci di coinvolgere progressivamente milizie e potenze straniere.
Il conflitto sudanese sta così cancellando nella pratica la separazione tra fronte e retrovia. Il Ciad, inizialmente considerato soprattutto una zona di transito e un rifugio per centinaia di migliaia di profughi, rischia ora di diventare parte integrante del campo di battaglia.




