di Giuseppe Gagliano –

A meno di due anni dalla fine dell’accordo di cooperazione militare e dal ritiro di circa mille soldati francesi, Francia e Ciad stanno ricostruendo progressivamente i rapporti nel settore della difesa. Dalla primavera del 2026 sono ripresi gli incontri politici, le visite militari e i contatti tra gli apparati dei due Paesi, mentre piccoli contingenti francesi sarebbero già tornati in territorio ciadiano con compiti di addestramento, intelligence e sostegno operativo.

Il riavvicinamento segna una significativa inversione rispetto al novembre 2024, quando N’Djamena aveva annunciato la fine della cooperazione militare con Parigi rivendicando la propria sovranità. Il successivo ritiro delle truppe e degli aerei francesi sembrava completare l’arretramento della Francia dal Sahel dopo Mali, Burkina Faso e Niger. Il nuovo modello non dovrebbe tuttavia prevedere il ripristino delle grandi basi permanenti del passato, ma una presenza ridotta e attivabile su richiesta delle autorità ciadiane.

Dopo la rottura con Parigi, il governo del presidente Mahamat Idriss Déby aveva cercato di diversificare le proprie relazioni militari rafforzando i rapporti con Russia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Queste partnership hanno però mostrato alcuni limiti. La cooperazione con Mosca non avrebbe raggiunto la profondità auspicata, mentre Ankara ha fornito mezzi corazzati, droni, addestramento e assistenza tecnica senza riuscire a sostituire completamente le capacità precedentemente assicurate dalla Francia. Gli Emirati hanno garantito finanziamenti ed equipaggiamenti, ma non una presenza operativa paragonabile a quella francese.

Parigi conserva inoltre una profonda conoscenza delle forze armate e del territorio ciadiano e può offrire contemporaneamente sorveglianza, trasporto, evacuazione sanitaria, sostegno aereo, comunicazioni e intelligence. Una parte significativa degli ufficiali ciadiani è stata formata nelle accademie francesi, mantenendo legami operativi consolidati nonostante la precedente rottura politica.

A spingere N’Djamena verso una nuova cooperazione è soprattutto il deterioramento del quadro regionale. Il Ciad confina con Libia, Sudan, Repubblica Centrafricana, Camerun, Nigeria e Niger e deve affrontare contemporaneamente l’instabilità proveniente dalla guerra sudanese, la minaccia jihadista nell’area del Lago Ciad, i traffici lungo le frontiere settentrionali e l’attività di gruppi ribelli. Dopo il ritiro francese sono inoltre diventate più evidenti alcune carenze nella ricognizione aerea, nell’evacuazione dei feriti e nella sorveglianza delle frontiere.

In questo contesto assume particolare importanza l’eventuale possibilità per le forze francesi di utilizzare nuovamente la base aerea Adji Kosseï di N’Djamena. Parigi potrebbe così trasferire rapidamente uomini, materiali e velivoli senza ricostruire il dispositivo militare permanente del passato. Per Déby la presenza francese rappresenterebbe anche una possibile garanzia contro eventuali ribellioni armate, elemento che alimenta però il rischio che la cooperazione venga interpretata come uno strumento destinato alla protezione del governo più che alla sicurezza dello Stato.

Per la Francia il Ciad rimane strategicamente importante per la sua posizione tra Sahel, Africa centrale, Libia e Sudan. Recuperare una capacità operativa nel Paese consentirebbe a Parigi di mantenere un punto d’appoggio nel cuore dell’Africa adottando una presenza meno visibile rispetto alle grandi basi che negli ultimi anni sono diventate uno dei principali bersagli delle campagne antifrancesi nella regione.

Il riavvicinamento potrebbe inoltre avere conseguenze economiche, favorendo nuove forniture francesi di elicotteri, velivoli, sistemi di comunicazione e servizi di manutenzione. N’Djamena potrebbe cercare in cambio investimenti e assistenza economica, mentre Parigi avrebbe l’opportunità di recuperare parte dell’influenza e del mercato della difesa perduti a favore di Russia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Cina.

La scelta comporta tuttavia rischi diplomatici. Mali, Burkina Faso e Niger, riuniti nell’Alleanza degli Stati del Sahel, hanno costruito parte della propria linea politica sulla rottura con la Francia e potrebbero considerare il ritorno francese in Ciad come la ricostituzione di un avamposto occidentale nella regione. Anche sul piano interno Déby dovrà spiegare perché una presenza militare allontanata nel 2024 in nome della sovranità sia tornata necessaria meno di due anni dopo.

N’Djamena sembra quindi intenzionata a perseguire una politica di equilibrio, mantenendo la cooperazione francese senza rinunciare agli equipaggiamenti turchi, ai finanziamenti emiratini e ai rapporti con Russia, Cina e Paesi del Sahel. Il ritorno della Francia, seppure in forma ridotta, mostra però quanto sia difficile per il Ciad trasformare la proclamata autonomia strategica in una capacità di sicurezza realmente indipendente.