di Giuseppe Gagliano –
Gli investimenti cinesi nella costruzione di fabbriche in Europa hanno raggiunto livelli record. Nel 2025 sono cresciuti del 67 per cento, arrivando a 16,8 miliardi di euro, con quasi un quarto degli investimenti diretti esteri cinesi globali destinato al mercato europeo. Secondo l’analisi, Pechino non punta più soltanto a esportare merci nel Vecchio Continente, ma a trasferire direttamente sul territorio europeo una parte crescente della propria capacità produttiva.
La strategia riguarda soprattutto settori chiave della transizione industriale ed energetica: batterie, auto elettriche, componenti tecnologici, logistica e tecnologie verdi. In questo modo la Cina non si limita a vendere prodotti all’Europa, ma entra stabilmente nel suo tessuto industriale, aggirando indirettamente dazi, restrizioni commerciali e misure protezionistiche.
Secondo l’analisi, si tratta di una nuova forma di guerra economica. Se esportare direttamente verso l’Europa diventa più difficile a causa delle tensioni commerciali e delle indagini antisussidi, produrre localmente rappresenta per Pechino una soluzione più efficace e politicamente sostenibile. Una vettura elettrica cinese assemblata in Europa, infatti, viene percepita come investimento industriale e creazione di posti di lavoro, più che come minaccia commerciale esterna.
La crescita degli investimenti cinesi metterebbe però in luce anche una fragilità europea. Bruxelles ha promosso la transizione ecologica e l’elettrificazione, ma senza costruire con sufficiente rapidità una base produttiva autonoma nelle filiere strategiche. La Cina, al contrario, avrebbe sviluppato per anni una politica industriale massiccia e pianificata, conquistando posizioni dominanti nelle batterie, nei materiali critici, nei pannelli solari e nei veicoli elettrici.
Nel breve periodo, gli investimenti possono portare occupazione, capitali e rilancio industriale in aree europee colpite dalla deindustrializzazione. Ma il nodo centrale resta quello del controllo tecnologico e della dipendenza strategica. Secondo l’analisi, una fabbrica cinese non rappresenta soltanto un investimento produttivo: può trasformarsi in un punto di influenza industriale, commerciale e politica capace di condizionare le scelte economiche e diplomatiche dei Paesi ospitanti.
Il settore dell’auto elettrica viene indicato come il principale terreno della competizione globale. La Cina dispone di vantaggi legati alla scala produttiva, ai costi contenuti, al controllo delle filiere e al sostegno pubblico. L’Europa conserva marchi storici e competenze industriali, ma affronta costi più elevati e divisioni politiche interne.
L’arrivo di fabbriche cinesi potrebbe quindi avere un doppio effetto: accelerare la transizione industriale europea oppure trasformare il continente in una piattaforma di assemblaggio dipendente da tecnologie e decisioni prese all’esterno. Molto dipenderà dalle condizioni imposte ai nuovi investimenti, dal trasferimento di competenze e dalla capacità europea di mantenere il controllo sulle tecnologie critiche e sulle catene di approvvigionamento.
La dimensione geopolitica resta centrale. L’analisi sottolinea che Pechino utilizza l’interdipendenza economica come strumento di influenza, radicandosi nei territori europei più fragili e creando interessi locali favorevoli a rapporti stabili con la Cina. Questo potrebbe rendere più complessa una linea europea dura su dossier strategici come Taiwan, il Mar Cinese Meridionale o le restrizioni tecnologiche.
Secondo il testo, l’Europa non può permettersi né di chiudersi completamente agli investimenti cinesi né di considerarli normali operazioni economiche. La risposta dovrebbe passare attraverso controlli sugli investimenti sensibili, reciprocità commerciale, protezione dei dati industriali e soprattutto un rafforzamento della propria base produttiva. Il vero problema, conclude l’analisi, non sarebbe tanto che la Cina costruisca fabbriche in Europa, ma che l’Europa abbia sempre più bisogno della Cina per costruire le proprie.












