di Francesco Giappichini

Dopo la recente visita in Cina del presidente russo Vladimir Putin, alcuni media hanno rispolverato l’idea di una nuova pax sinica, ossia un periodo di stabilità euroasiatico segnato dall’egemonia cinese. Due i punti fermi di tali previsioni: si è convinti che nessuna leadership cinese potrà mai affermarsi senza un’alleanza con la Russia, e si dà per scontato che il socio di maggioranza sarà la Cina. Per Mosca si designa un ruolo di junior partner, che per esempio si guarderà dall’intervenire militarmente in Asia centrale senza il consenso cinese. Tali trattazioni sostengono tesi spesso ardite, ma un merito lo hanno: approfondiscono presupposti e basi per un’alleanza russo-cinese duratura.

Tra queste segnaliamo l’ottimo esempio di longform journalism della rivista francese “Le Grand Continent”. Secondo l’autore Marin Saillofest, il primo tra i cardini (in totale dieci) della partnership è “La relation personnelle entre Xi et Poutine”. L’analista segnala che i loro rapporti sono stretti, e la recente visita ha rappresentato il loro 43mo incontro. Secondo pilastro, “Les relations commerciales sino-russes”: se l’interscambio commerciale è cresciuto nel ’23 del 26%, si sottolinea però che vale solo un terzo (circa) di quello tra Cina e Stati Uniti. Terza voce: “La Chine: nouveau marché pour le gaz russe?”. Qui Saillofest ricorda la costruzione del gasdotto Power of Siberia, ma anche la freddezza del presidente Xi Jinping sia per il programmato Power of Siberia 2, sia verso l’esigenza di Mosca di riorientare verso oriente la propria strategia energetica.

Quarto elemento a sostegno dell’alleanza, le sanzioni occidentali: nel capitolo “Les sanctions poussent les entreprises russes vers la Chine”, si segnala la volontà russa di delocalizzare in Cina parte della produzione mineraria. L’operazione, che con la compagnia Nornickel (rame) sarebbe già definita, consente di aggirare le sanzioni e di avvicinare la produzione al consumatore finale. Quinto presupposto: il capitolo “Le retour des revendications territoriales chinoises” segnala la necessità che Pechino si astenga da rivendicazioni territoriali sul fiume Amur. Il sesto puntello dell’alleanza è così definito: “Moscou dépend des importations chinoises pour son industrie de défense”.

L’autore rileva che Pechino fornisce all’industria bellica russa dei beni dual-use: attrezzature destinate ad uso civile, che possono anche avere un impiego militare. Il settimo capitolo è intitolato “Vers une dédollarisation sino-russe?”. La tesi di “Grand Continent” è chiara: se un ulteriore punto d’incontro tra le due Nazioni è rappresentato dai rispettivi piani per sostituire il dollaro, per Pechino sarà assai più difficoltoso procedere a una dedollarisation totale. L’ottavo presupposto dell’allineamento (“Le secteur financier chinois craint les sanctions occidentales”) ha a che vedere con la capacità di resistenza delle banche cinesi, rispetto all’ordine esecutivo della Casa Bianca, che sanziona gli istituti che hanno legami con l’industria militare russa. L’analista poi si chiede: “La Chine aidera-t-elle davantage la Russie dans sa guerre?”. Ovvero, un altro nodo dell’alleanza (il nono) riguarda il livello del sostegno cinese, all’offensiva in Ucraina. Infine Saillofest si domanda: “Que reste-t-il de “l’amitié sans limites”?”. Il decimo presupposto del riavvicinamento strategico s’identifica cioè in quell’”amicizia senza limiti”, o meglio nella sua intensità, che i due leader si sono promessi nel 2022.