di Giuseppe Gagliano –
Dopo sette anni di silenzio e rivalità, Narendra Modi è tornato in Cina. Sul tappeto rosso del summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai a Tianjin, il premier indiano e Xi Jinping si sono stretti la mano. Una foto che rimarrà nella storia, simbolo di un riavvicinamento tra due potenze che sommano quasi tre miliardi di abitanti e che, negli ultimi anni, erano divise da dispute di confine, competizione economica e sfiducia reciproca. Xi ha colto l’occasione per ribadire il messaggio: “Il drago e l’elefante devono danzare insieme”. Un modo elegante per dire che la rivalità tra Cina e India non è più sostenibile in un mondo che Trump ha reso più duro con i suoi dazi e le sue manovre per spezzare la troika Mosca-Pechino-Nuova Delhi.
Al summit di Tianjin si sono ritrovati i leader di dieci Paesi: Russia, Bielorussia, Cina, India, Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Tagikistan e Uzbekistan. Una “famiglia” che ha voluto presentarsi unita, senza alcuna presenza occidentale. È il messaggio che la Cina voleva lanciare al mondo: la Sco non è solo un organismo regionale ma un pilastro del Sud globale, un’alternativa al G7 e alla Nato, una piattaforma per mostrare che altri modelli di cooperazione sono possibili. Xi ha parlato di pace, stabilità, sviluppo comune. Ma dietro le parole si intravede il disegno geopolitico: consolidare un blocco che dia voce a chi non vuole piegarsi al bipolarismo Usa-Cina, e che può diventare l’asse strategico di un ordine mondiale multipolare.
Tra i protagonisti di Tianjin c’è stato anche Vladimir Putin. La sua passerella sul tappeto rosso è stata seguita da un incontro con Xi in cui, secondo il consigliere Ushakov, si è parlato a lungo dei contatti con Trump ad Anchorage. Putin resta in Cina fino al 3 settembre, quando siederà accanto a Xi alla parata militare per gli 80 anni della Seconda guerra mondiale. In questi giorni, il Cremlino intende rafforzare i legami con Iran ed Erdogan, con cui discuterà soprattutto di Ucraina. È un mosaico di alleanze fluide: Mosca cerca sostegno, Pechino costruisce leadership, Ankara prova a ritagliarsi uno spazio di mediazione.
Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino, ha accusato l’Europa di ostacolare i negoziati di pace e di rendere più difficile ogni apertura verso Kiev. E mentre a Tianjin si celebra la convergenza tra Oriente e Sud globale, Ursula von der Leyen e Donald Tusk hanno scelto un luogo simbolico: il confine tra Polonia e Bielorussia, a Krynki, dove la storia della Guerra Fredda è ancora impressa nei ricordi del muro e delle divisioni. Un gesto che intende mostrare la compattezza europea, ma che tradisce anche il rischio di marginalizzazione: mentre a Est si costruisce un “muro euroasiatico” più alto di quello di Berlino, Bruxelles appare spettatrice più che protagonista.
Il riavvicinamento tra Cina e India non riguarda solo la politica. Entrambe sono partner privilegiati della Russia sul piano energetico, acquistando gas e petrolio a prezzi scontati dall’inizio della guerra in Ucraina. Entrambe guardano con interesse a nuove vie commerciali, infrastrutturali e tecnologiche che ridisegnano la geoeconomia dell’Eurasia. Per Trump, la minaccia è chiara: un blocco Russia-Cina-India capace di sfidare l’egemonia americana. Per questo alza i dazi e spinge per dividere i tre attori. Ma se il disgelo di Tianjin dovesse consolidarsi, il disegno di Washington rischia di indebolirsi.
La foto di famiglia a Tianjin, con Xi al centro, Putin al suo fianco e Modi a pochi passi, sintetizza meglio di ogni analisi la mutazione in corso. L’Occidente non c’è, l’Eurasia si mostra unita e il Sud globale trova un palco da cui parlare. È una scena che segna il passaggio a un’epoca in cui i vecchi muri cadono e ne sorgono di nuovi: non di cemento, ma di alleanze economiche, militari e politiche. E quello che si è alzato a Tianjin appare già più imponente di quello di Berlino.












