di Giuseppe Gagliano –
Non è solo una questione di piste, hangar o radar. È l’ennesimo tassello di una strategia sistemica con cui la Cina rafforza la propria proiezione militare lungo i confini sud-occidentali, puntando dritto al tallone d’Achille dell’India: il corridoio di Siliguri, quel fragile istmo largo appena 20-22 chilometri che collega la grande massa del territorio indiano ai suoi Stati nord-orientali. Un punto nevralgico da cui dipende la tenuta strategica di Nuova Delhi e che oggi rischia di trasformarsi in una forbice potenzialmente letale, se consideriamo l’asse sempre più saldo tra Pechino e Dacca.
La nuova base aerea di Jialaishi, sviluppata in tempi record nella regione autonoma del Tibet, è molto più di un’opera militare: è un simbolo del metodo cinese, fatto di incrementalismo silenzioso, presenza crescente e normalizzazione dell’anomalia strategica. Cinque o sei anni fa, nella zona c’era il nulla. Oggi ci sono almeno tre piste operative, oltre trenta hangar capaci di ospitare assetti offensivi e logistici – dai bombardieri agli aerei cisterna, dagli aerei da ricognizione ai sistemi di guerra elettronica, passando per le batterie antiaeree. Non si tratta di difesa passiva, ma di capacità offensiva potenziale, con portata estesa su tutto il confine indo-cinese, fino a lambire i confini orientali del Nepal e del Bhutan.
Ma la vera novità non è a ovest. È a est. La stampa indiana ha recentemente rilanciato una notizia passata sotto traccia: il Bangladesh avrebbe chiesto alla Cina di “rivitalizzare” la base aerea di Lalmonirhat, nel nord del Paese. Ufficialmente, si tratterebbe di un progetto tecnico-militare bilaterale, una delle tante “cooperazioni” di cui Pechino è maestra. In realtà, si profila una saldatura tattica e strategica tra il fronte tibetano e quello bengalese, cioè tra le due lame di una tenaglia che, in caso di crisi o conflitto, potrebbero tagliare fuori il Nord-Est indiano dal resto del Paese.
Non è una provocazione gratuita. È diplomazia muscolare in stile cinese. La Cina, com’è noto, non insegue scontri diretti, ma costruisce vantaggi posizionali asimmetrici nel tempo. In questo caso, con la complicità di Dacca, riesce a proiettare forze militari nel ventre molle dell’India senza alzare troppo il livello dello scontro. Una strategia da guerra fredda, fatta non di invasioni ma di encirclement, di minacce latenti che diventano forza negoziale.
Per l’India, il messaggio è doppio: da un lato, Pechino dimostra che può logorare lentamente il margine strategico indiano, come già avvenuto nel Ladakh nel 2020 e 2021; dall’altro, rivendica la capacità di influenza regionale attraverso alleanze strutturali, come quella con il Bangladesh. Una dimostrazione di forza indirizzata non solo a Nuova Delhi, ma anche a Washington, sempre più presente nel Quadrilateral Security Dialogue (QUAD), e che vorrebbe trasformare l’India in una testa di ponte strategica nel contenimento dell’espansione cinese.
Il quadro che si profila è inquietante per l’India. La “seconda Cina”, come qualcuno ama definire New Delhi, si trova in una posizione difensiva strutturale, con confini lunghi, frontiere disputate e vulnerabilità logistiche croniche. La nuova architettura militare cinese, Jialaishi a ovest e, potenzialmente, Lalmonirhat a est, non è solo una dimostrazione di forza. È una struttura di pressione permanente, destinata ad alterare l’equilibrio nella regione e a condizionare le scelte di politica estera indiana.
La grande domanda, dunque, non è se ci sarà uno scontro diretto tra Cina e India. Ma fino a che punto Pechino riuscirà a ridisegnare i confini della deterrenza nella regione, sfruttando il tempo, lo spazio e le debolezze dell’avversario.




