Cina. La grande epurazione di Xi: l’Esercito Popolare di Liberazione nella sua crisi più profonda

di Giuseppe Gagliano

Il Quarto Plenum del Comitato Centrale, a fine ottobre 2025, avrebbe dovuto essere un appuntamento di routine, dedicato a riforme economiche e obiettivi macro-politici. Invece è diventato il momento in cui Xi Jinping ha dovuto ammettere, almeno implicitamente, che il cuore del suo potere, la Commissione Militare Centrale (CMC) ,è attraversato da una crisi senza precedenti. L’espulsione di nove generali dai ranghi del Partito e dell’Esercito, con accuse che vanno dalla corruzione alla slealtà politica, segna la più grande purga militare dai tempi di Mao. Ma più che un gesto di forza, somiglia a un sintomo di debolezza.
Gli uomini colpiti non sono figure marginali: He Weidong, ex vicepresidente della CMC e considerato per anni un fedelissimo di Xi, è sparito dai radar dopo aprile; Miao Hua, responsabile politico della CMC, era l’uomo che gestiva promozioni e carriere. Se cadono loro, è perché la filiera del potere si è incrinata in alto, non in basso. E la lista si allunga: ufficiali della Rocket Force, della Marina, della logistica, tutti sospettati di aver costruito “cricche private”, aver venduto posti o falsificato capacità operative.
La CMC, organo più potente della Cina, è passata da sette membri a quattro. Xi resta formalmente il perno, ma intorno a lui il vuoto: Zhang Youxia, veterano e “principino” dell’aristocrazia rossa; Liu Zhenli, comandante con scarso peso politico; e Zhang Shengmin, uomo del controllo disciplinare militare, ora promosso al ruolo di secondo vicepresidente. Un organigramma che somiglia più a un direttorio d’emergenza che a un organo stabile.
È un turnover impressionante: quasi metà dei generali promossi da Xi nell’ultimo decennio è caduta in disgrazia. E dietro il linguaggio severo del Partito – “rischi politici”, “disordine interno”, “falsificazione delle capacità di combattimento” – si intravede la domanda che nessuno osa porre pubblicamente: fino a che punto l’Esercito Popolare era realmente sotto controllo
La prima riunione di propaganda post-plenum, tenuta intorno all’11 novembre, ha confermato che la crisi non è affatto chiusa. Xi, assente, lascia la scena a Zhang Youxia e Zhang Shengmin. Si parla di “unità”, “obbedienza al Partito”, “prevenzione del fuoco amico interno”. Parole che, in Cina, non sono casuali: evocano il timore che all’interno dell’Esercito possano maturare fratture più profonde, fino al rischio di insubordinazioni.
Gli editoriali del PLA Daily, invece di celebrare la forza del sistema, insistono su “instabilità”, “ristrutturazioni in corso”, “necessità di epurazioni ulteriori”. Un esercito che dovrebbe prepararsi allo scenario Taiwan appare invece impegnato in una gigantesca pulizia interna.
La paralisi delle nomine è un altro segno preoccupante. Nessun sostituto immediato per He Weidong; cariche vacanti nelle Forze Missilistiche; commissari politici rimossi e non rimpiazzati. Le nuove regole del giugno 2025 hanno sottratto a Xi il controllo diretto e informale sulle promozioni, costringendolo a passare attraverso comitati più ampi. L’uscita di scena di Li Ganjie dall’Organizzazione del Partito e l’arrivo di Shi Taifeng – vicino al vecchio establishment legato a Hu Jintao – ha reso il processo ancora più lento.
Il risultato è un limbo: nessuno osa prendere decisioni, nessuno sa chi cadrà nel prossimo giro di epurazioni, nessuno vuole assumersi responsabilità. In un esercito che dovrebbe prepararsi alla guerra ad alta intensità, è la situazione peggiore possibile.
Il quadro più inquietante emerge dalle dinamiche interne. Le purghe non colpiscono solo i corrotti, ma seguono linee di fazione. La “cricca del Fujian”, legata agli anni di Xi nella provincia costiera, è stata decapitata. La “Shaanxi Gang”, vicina a Zhang Youxia, mantiene invece posizioni chiave. Secondo diverse ricostruzioni, è stato proprio Zhang a riportare irregolarità su Miao Hua e He Weidong, sfruttando l’indagine per riequilibrare il potere all’interno della CMC.
Il fatto che Zhang promuova oggi concetti come “leadership collettiva” e “democrazia interna”, in contrasto con la centralizzazione di Xi, è un segnale che non sfugge agli osservatori: qualcuno, dentro le Forze Armate, vuole ridimensionare l’autoritarismo personalistico del segretario generale.
Xi resta formalmente in cima, ma la sua assenza da alcuni eventi cruciali (il vertice BRICS estivo, la riunione di propaganda) ha alimentato interpretazioni diverse. Per alcuni, è lui stesso a guidare la campagna anticorruzione come strumento di controllo. Per altri, è costretto a ratificare decisioni prese da gruppi più ampi, incluso un possibile intervento degli “anziani del Partito”, come Hu Jintao o Wen Jiabao, timorosi che l’eccessiva concentrazione di potere abbia destabilizzato l’Esercito.
Di certo, la fiducia nell’apparato militare è scesa ai minimi. E questo crea interrogativi sulla reale prontezza della Cina per un eventuale conflitto su Taiwan.
La Cina racconta questa fase come un necessario “ritorno alla disciplina”. Ma ogni grande epurazione, nella storia del Paese, ha indebolito più che rafforzato la forza militare. Nel 2025, mentre gli Stati Uniti intensificano la presenza nell’Indo-Pacifico e l’isola di Taiwan accelera il riarmo, la Cina affronta la sfida strategica più grande degli ultimi decenni con un esercito spaccato, diffidente e incompleto.
La rivoluzione interna voluta da Xi, o subita da Xi, potrebbe trasformarsi nella sua più grande vulnerabilità geopolitica.