di Giuseppe Gagliano –

Diciotto giorni dalla Cina alla Gran Bretagna contro gli oltre quaranta necessari attraverso il Canale di Suez. La nuova rotta artica sperimentata da una compagnia di navigazione cinese riduce sensibilmente i tempi di collegamento con l’Europa e rafforza la strategia di Pechino per diversificare le proprie vie commerciali, anche se per il momento non rappresenta una vera alternativa a Suez.

La cosiddetta Via della Seta polare assume infatti un valore soprattutto strategico. La Cina dipende da alcuni passaggi marittimi fondamentali, tra cui lo Stretto di Malacca, Bab el Mandeb, Suez e Hormuz. Crisi militari e tensioni geopolitiche possono interrompere o rendere più costosi questi collegamenti, con conseguenze sull’intero sistema produttivo cinese.

La rotta lungo le coste settentrionali della Russia offre a Pechino un corridoio aggiuntivo verso l’Europa. Il vantaggio potrebbe risultare particolarmente importante per merci di elevato valore, come automobili elettriche, batterie, pannelli solari e altri prodotti industriali per i quali la riduzione dei tempi di consegna può compensare almeno in parte i maggiori costi della navigazione artica.

Il progetto rafforza anche la cooperazione tra Cina e Russia. Mosca controlla gran parte della Rotta marittima settentrionale e dispone della principale flotta mondiale di rompighiaccio nucleari, oltre alle infrastrutture necessarie per sostenere la navigazione. Pechino, dal canto suo, può garantire investimenti, domanda e volumi commerciali, mentre le sanzioni occidentali hanno aumentato l’importanza del mercato cinese per l’economia russa.

Restano tuttavia ostacoli considerevoli. La navigazione artica è ancora prevalentemente stagionale, richiede navi adatte alle condizioni polari, equipaggi specializzati, assistenza dei rompighiaccio e costose coperture assicurative. Il Canale di Suez dispone inoltre di una rete consolidata di porti, cantieri e servizi logistici che l’Artico non è ancora in grado di offrire.

Alla dimensione commerciale si aggiunge quella militare. La Russia ha rafforzato negli ultimi anni le proprie infrastrutture nell’estremo Nord, un’area strategica anche per la Flotta del Nord e per le capacità nucleari russe. L’aumento del traffico cinese potrebbe favorire ulteriori investimenti in porti, radar, comunicazioni satellitari e sistemi di soccorso, infrastrutture che possono avere contemporaneamente funzioni civili e militari.

La crescita della navigazione solleva infine interrogativi ambientali. Incidenti e fuoriuscite di combustibile sarebbero particolarmente difficili da affrontare nelle acque artiche, mentre le emissioni di carbonio nero possono accelerare lo scioglimento dei ghiacci. Si crea così il paradosso di una rotta resa possibile dal cambiamento climatico che potrebbe contribuire ad aggravarlo.

La Via della Seta polare difficilmente sostituirà Suez nel prossimo futuro, ma può modificare gli equilibri commerciali e strategici tra Asia ed Europa. Per Pechino rappresenta soprattutto uno strumento per ridurre la vulnerabilità delle proprie catene logistiche, mentre per Mosca consente di valorizzare la posizione geografica e le infrastrutture artiche. Più che una nuova autostrada del commercio mondiale, almeno per ora, l’Artico si configura quindi come un corridoio alternativo destinato ad assumere un peso crescente nella competizione tra le grandi potenze.