di Giuseppe Gagliano –

Cina e India cercano di ridurre le tensioni lungo il conteso confine himalayano. Nei colloqui del 25 agosto a Pechino, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il consigliere per la sicurezza nazionale indiano Ajit Doval hanno ribadito l’impegno a trovare una soluzione «equa, ragionevole e reciprocamente accettabile» alla disputa territoriale, nel tentativo di impedire che il confronto condizioni l’intero rapporto tra le due maggiori potenze asiatiche.

Il confine, lungo circa 3.800 chilometri e in larga parte privo di una delimitazione condivisa, rimane uno dei principali punti di attrito. Gli scontri del 2020, nei quali morirono venti militari indiani e quattro cinesi, furono seguiti dal dispiegamento di decine di migliaia di soldati e dal rafforzamento delle infrastrutture militari sui due versanti dell’Himalaya. L’accordo di disimpegno raggiunto nell’ottobre 2024 ha ridotto il rischio di nuovi incidenti, senza risolvere le divergenze sulla Linea di controllo effettivo.

Nessuno dei due Paesi appare interessato a un conflitto aperto. Le difficili condizioni geografiche renderebbero una guerra estremamente costosa, mentre un’eventuale escalation potrebbe estendersi rapidamente dagli scontri terrestri ai domini aereo, informatico, marittimo e satellitare. La rivalità strategica, inoltre, supera da tempo i confini himalayani. Pechino rafforza i rapporti con il Pakistan e la propria presenza nell’Oceano Indiano, mentre Nuova Delhi intensifica la cooperazione con Stati Uniti, Giappone, Australia e Francia.

Un segnale politico importante potrebbe arrivare dal vertice dei BRICS del 12 e 13 settembre a Nuova Delhi. L’eventuale partecipazione di Xi Jinping, non ancora confermata da Pechino, rappresenterebbe la prima visita del presidente cinese in India dopo sette anni e potrebbe indicare il passaggio dalla gestione della crisi a una prudente normalizzazione dei rapporti con il governo di Narendra Modi.

Alla distensione contribuiscono anche gli interessi economici. Nonostante le tensioni, la Cina rimane uno dei principali partner commerciali dell’India, che dipende dalle forniture cinesi di macchinari, componenti elettronici, prodotti chimici e materiali destinati all’industria farmaceutica. Nuova Delhi punta a ridurre questa dipendenza sviluppando la produzione nazionale, ma una separazione rapida delle due economie avrebbe costi elevati. Pechino, dal canto suo, considera quello indiano un mercato troppo importante per essere trascurato.

Anche le pressioni commerciali statunitensi possono favorire alcuni interessi comuni. India e Cina vogliono preservare la propria autonomia strategica e, sebbene con obiettivi differenti, vedono nei BRICS uno strumento per aumentare il peso delle economie emergenti e ridurre la dipendenza dalle strutture economiche e finanziarie occidentali.

La distensione non prefigura tuttavia un’alleanza. Cina e India continueranno a competere per l’influenza nell’Asia meridionale, nell’Oceano Indiano e nel Sud globale. Nuova Delhi guarda con preoccupazione all’alleanza tra Pechino e Islamabad, mentre la Cina segue con attenzione il rafforzamento della cooperazione militare indiana con Washington e i suoi alleati.

L’obiettivo immediato appare quindi più limitato: mantenere sotto controllo il confine, preservare gli scambi economici e impedire che la rivalità degeneri in un confronto militare. Per due potenze nucleari confinanti, la competizione può essere gestita; una guerra avrebbe invece conseguenze difficilmente controllabili.