di Giuseppe Gagliano –
Il viaggio di Emmanuel Macron in Cina, all’inizio di dicembre 2025, ha reso visibile ciò che a Bruxelles molti temevano da tempo: le relazioni tra Unione Europea e Cina sono entrate in una fase di gelo strutturale. L’esclusione deliberata della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dalla visita non è stata un incidente protocollare, ma un atto politico. Pechino ha scelto consapevolmente di trattare con un grande Stato membro, rifiutando la dimensione comunitaria, segnalando che l’interlocutore europeo, come entità unitaria, non è più considerato prioritario.
È un passaggio che segna una rottura con il passato recente. Nel 2023, la presenza congiunta di Macron e von der Leyen aveva rappresentato il tentativo di mantenere una linea europea coerente nei confronti della Cina. Due anni dopo, quel modello è stato archiviato da Pechino, che ha optato per una strategia di aggiramento dell’Unione, sfruttandone le divisioni interne.
L’ambasciatore dell’Unione Europea in Cina, Jorge Toledo, ha descritto senza eufemismi lo stato dei rapporti: fiducia ridotta al minimo, dialogo difficile, mancanza di reciprocità. Nel cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche UE–Cina, l’obiettivo ufficiale di rilanciare il partenariato si è scontrato con una realtà opposta. Bruxelles accusa Pechino di sostenere indirettamente lo sforzo bellico russo, di chiudere il proprio mercato e di praticare una concorrenza sistemica basata su sovraccapacità industriale e sussidi pubblici.
Dal punto di vista cinese, invece, l’Unione appare sempre più allineata alla linea statunitense del contenimento, con inchieste sui veicoli elettrici, sull’acciaio e sulle tecnologie verdi percepite come strumenti protezionistici mascherati. La conseguenza è una progressiva delegittimazione della Commissione come interlocutore politico, sostituita da un ritorno alla diplomazia bilaterale classica.
Il dato che pesa più di tutti è quello commerciale. Nel 2025 il deficit europeo nei confronti della Cina ha superato livelli record, oltre i trecento miliardi di dollari nei primi dieci mesi dell’anno. È il risultato di un modello cinese sempre più orientato all’export, utilizzato come ammortizzatore interno per una crescita in rallentamento. Veicoli elettrici, acciaio, pannelli solari e tecnologie per le rinnovabili invadono il mercato europeo, mentre l’accesso delle imprese UE in Cina resta limitato.
Macron ha provato a porre il tema in modo diretto, parlando di squilibri “insostenibili” e minacciando misure forti nei prossimi mesi. Ma il margine di manovra francese, come quello europeo, è ristretto. L’Europa dipende ancora in modo significativo dalla Cina per materie prime critiche e componenti strategici, mentre Pechino può permettersi di diluire le pressioni europee negoziando separatamente con Berlino, Parigi o altri governi.
La scelta di Pechino è chiara: dividere per negoziare da una posizione di forza. Accordi simbolici e settoriali con la Francia, aperture selettive verso la Germania sulle terre rare, messaggi rassicuranti ad alcuni Paesi membri e dure critiche a Bruxelles. È una strategia già sperimentata in Asia orientale, che ora viene applicata all’Europa.
Il messaggio implicito è che l’Unione Europea, priva di una vera politica industriale comune e di una linea geopolitica condivisa, non è un attore unitario credibile. La Commissione parla di riduzione dei rischi, ma gli Stati membri continuano a muoversi in ordine sparso, offrendo a Pechino l’opportunità di scegliere di volta in volta l’interlocutore più conveniente.
Il contesto internazionale accentua questa dinamica. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, le tensioni transatlantiche e la guerra in Ucraina spingono la Cina a testare la tenuta europea. L’invito ipotizzato da Macron a Xi Jinping per il G7 del 2026 appare più come un tentativo francese di recuperare centralità che come una reale apertura cinese.
Il 2025 rischia così di diventare l’anno della verità per l’Unione Europea. O Bruxelles riuscirà a ricompattare gli Stati membri attorno a una strategia comune verso Pechino, oppure la Cina continuerà a bypassare l’Unione, trattandola come un’arena di interessi nazionali divergenti. In questo gioco asimmetrico, l’Europa scopre che il vero punto debole non è la forza economica cinese, ma la propria incapacità di presentarsi come soggetto politico unitario.












