di Giuseppe Gagliano

Il ritiro progressivo dell’India dagli acquisti di greggio russo sta producendo un effetto a catena che investe l’intero mercato asiatico dell’energia. Mosca, privata di una parte rilevante di uno dei suoi principali sbocchi commerciali, è costretta a deviare verso la Cina volumi crescenti di petrolio. Ma proprio qui si scontra con un concorrente già ben radicato: l’Iran. Il risultato è una competizione sempre più aggressiva, una vera guerra dei prezzi tra due esportatori colpiti dalle sanzioni e costretti a contendersi lo stesso spazio commerciale.

Secondo lo scenario delineato da Bloomberg sulla base di valutazioni di Rystad Energy, la riduzione degli acquisti indiani di greggio russo potrebbe arrivare al 40 per cento rispetto ai livelli di gennaio, fino a circa 600 mila barili al giorno. È un ridimensionamento pesante, che spinge sul mercato cinese una massa di carichi prima destinati altrove. Il problema è che la domanda capace di assorbire questi volumi non è infinita, e dunque la concorrenza si scarica inevitabilmente sul prezzo.

Mosca sta offrendo l’Urals con uno sconto di circa 12 dollari al barile rispetto al Brent, contro i 10 dollari del mese precedente. Anche Teheran ha accentuato la sua offensiva commerciale: il greggio Light iraniano viene proposto con uno sconto di 11 dollari al barile, mentre a dicembre lo sconto oscillava tra gli 8 e i 9 dollari. In altre parole, entrambi stanno erodendo i propri margini pur di mantenere accesso al mercato cinese.

Qui si vede bene la natura della relazione energetica tra Cina, Russia e Iran. Pechino non è un alleato economico passivo, ma il compratore forte che sfrutta la vulnerabilità dei venditori. Più Russia e Iran si trovano isolati dai mercati occidentali o da clienti più esposti alle sanzioni, più la Cina può imporre condizioni favorevoli. Non è una semplice triangolazione commerciale: è un rapporto di forza.

I principali acquirenti di questo greggio sanzionato restano le raffinerie indipendenti cinesi, le cosiddette “teiere”. Sono operatori flessibili, meno esposti politicamente e più disposti a trattare petrolio a rischio pur di beneficiare degli sconti. Già a dicembre 2025 le spedizioni marittime di Urals verso la Cina avevano superato 1,5 milioni di barili al giorno, con un ulteriore aumento a gennaio. Nei primi 18 giorni di febbraio, le spedizioni russe verso i porti cinesi sono salite a 2,09 milioni di barili al giorno, in crescita del 20 per cento sul mese precedente.

Ma questo canale ha un limite preciso. Le raffinerie private rappresentano circa un quarto della capacità complessiva di lavorazione cinese e operano sotto quote di importazione rigide, fissate dal governo. Dunque possono offrire uno sbocco, ma non sostituire integralmente la domanda perduta altrove. Le grandi raffinerie statali, inoltre, stanno prendendo le distanze sia dal greggio iraniano sia dai nuovi contratti russi, per non esporsi eccessivamente al rischio sanzionatorio.

Qui si misura il vero problema di Mosca e Teheran: la Cina resta disponibile a comprare, ma selettivamente, e soprattutto senza farsi carico di tutto l’eccesso di offerta. Il mercato cinese è una valvola di sfogo, non una soluzione.

Quando il mercato non assorbe, il petrolio si accumula. Ed è esattamente ciò che sta accadendo. Secondo Kpler, circa 48 milioni di barili di petrolio iraniano sono attualmente fermi in mare, soprattutto tra Mar Giallo e Stretto di Singapore. Sul fronte russo, Bloomberg segnala che all’inizio di febbraio il volume totale di greggio russo stoccato su navi in tutto il mondo ha raggiunto i 143 milioni di barili, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Solo nelle acque asiatiche, circa 9,5 milioni di barili russi risultano ancora invenduti.

Dal punto di vista economico, questo significa una cosa molto semplice: Russia e Iran stanno sì continuando a esportare, ma a condizioni sempre più penalizzanti. Gli sconti riducono i ricavi unitari, l’accumulo galleggiante aumenta i costi logistici e la dipendenza da pochi compratori riduce ulteriormente il potere contrattuale. In una fase in cui entrambi i Paesi hanno bisogno di valuta e di entrate energetiche per sostenere bilanci pubblici, apparati di sicurezza e stabilità interna, il ribasso forzato del greggio rappresenta un fattore di pressione notevole.

Sul piano geopolitico, il quadro è ancora più interessante. Russia e Iran possono trovarsi allineati contro l’Occidente sul terreno strategico, ma restano concorrenti quando si tratta di collocare il proprio petrolio. Le sanzioni li spingono nello stesso spazio, ma non li trasformano in partner economici. Anzi, l’effetto paradossale delle restrizioni internazionali è quello di costringerli a combattersi sul prezzo, rafforzando indirettamente il potere negoziale della Cina.

Pechino, in questo contesto, consolida la sua posizione di arbitro energetico dell’Asia. Compra dove conviene, sceglie chi premiare e fino a che punto esporsi, lasciando che siano i venditori a contendersi l’accesso. Per Mosca e Teheran il problema non è solo trovare acquirenti: è evitare che la dipendenza da un unico mercato si trasformi in una nuova forma di subordinazione economica.

La vicenda mostra dunque una verità che va oltre il petrolio. Quando un esportatore perde diversificazione, perde anche sovranità commerciale. Russia e Iran, pur restando grandi attori energetici, oggi sono costretti a sacrificare valore pur di mantenere flussi di vendita. E più questa corsa al ribasso si intensifica, più si riduce la loro capacità di usare il petrolio come leva strategica.

Non è soltanto una battaglia di sconti. È il segnale di un mercato energetico che, sotto il peso delle sanzioni e della frammentazione geopolitica, sta ridisegnando i rapporti di dipendenza. E in questo nuovo equilibrio, chi compra comanda molto più di chi vende.