di Giuseppe Gagliano –
La visita di Keir Starmer in Cina, la prima di un premier britannico dopo otto anni, non è una semplice missione diplomatica: è un segnale politico. Londra cerca di rammendare i rapporti con la seconda economia mondiale in un momento in cui la tradizionale relazione privilegiata con Washington appare meno prevedibile e più condizionante. Dietro il linguaggio della cooperazione commerciale si intravede una riflessione più profonda sull’autonomia strategica del Regno Unito nell’era post-Brexit e nell’era Trump.
La presenza di ministri e dirigenti d’azienda evidenzia che il cuore della visita è economico: commercio, investimenti, accesso al mercato cinese, nuove opportunità nei settori dell’energia verde, della sanità, delle industrie creative e della manifattura avanzata. I numeri parlano di un interscambio rilevante, ma non ancora decisivo per l’economia britannica. Proprio questa sproporzione spiega l’ambizione di Starmer: trasformare il rapporto con la Cina da dossier sensibile a leva di crescita.
Dal punto di vista geoeconomico, Londra si muove lungo una linea sottile. Da un lato, riconosce la Cina come partner commerciale imprescindibile; dall’altro, continua a definirla una potenziale minaccia alla sicurezza nazionale. È il paradosso delle potenze occidentali nel XXI secolo: dipendere economicamente da un rivale sistemico mentre si tenta di contenerne l’influenza strategica.
La realtà, tuttavia, è meno entusiasmante delle aspettative. La quota cinese negli investimenti diretti esteri nel Regno Unito resta marginale rispetto a quella statunitense, e i benefici economici concreti delle aperture verso Pechino sono finora limitati. Il rischio è che la strategia britannica produca più esposizione politica che ritorni materiali.
Il contesto della visita è segnato dalle tensioni con gli Stati Uniti, in particolare per le posizioni aggressive dell’amministrazione Trump su commercio, alleanze e assetti geopolitici. L’episodio delle minacce su Groenlandia e Canada mostra come Washington sia pronta a usare il commercio e la pressione politica anche contro partner storici.
In questo quadro, il dialogo con la Cina diventa per Londra una forma di diversificazione strategica. Non un allontanamento dall’Occidente, ma un tentativo di ampliare il margine di manovra, riducendo la dipendenza da un alleato percepito come sempre più imprevedibile. È una mossa difensiva, più che ideologica.
Dal punto di vista cinese, la visita di Starmer è un’opportunità geopolitica. Pechino mira a sfruttare le fratture transatlantiche per rafforzare i legami con i Paesi europei, presentandosi come partner affidabile, sostenitore del multipolarismo e del libero scambio.
Il messaggio veicolato dai media cinesi è chiaro: la cooperazione pragmatica con la Cina non implica un tradimento dell’Occidente, ma un adattamento alle “condizioni del mondo reale”. È una narrativa che punta a normalizzare la presenza cinese nello spazio economico e politico europeo, riducendo la diffidenza e l’ostilità ideologica.
Le polemiche sulla mega-ambasciata cinese a Londra e le accuse di spionaggio e attacchi informatici mostrano l’altra faccia del rapporto. La cooperazione economica convive con una profonda diffidenza securitaria. È il segno di una relazione strutturalmente ambigua: partner commerciale, concorrente tecnologico, rivale strategico.
Per Starmer, la sfida è gestire questa ambivalenza senza apparire né arrendevole verso Pechino né subordinato a Washington. Un equilibrio difficile, soprattutto in un clima politico interno in cui le aperture alla Cina vengono facilmente lette come debolezza o ingenuità.
La visita del premier britannico si inserisce in una tendenza più ampia: molte potenze europee stanno ricalibrando il loro approccio alla Cina, passando dalla contrapposizione ideologica a un pragmatismo selettivo. Non si tratta di un cambio di campo, ma di un tentativo di adattamento a un sistema internazionale sempre più frammentato e multipolare.
Per il Regno Unito, il viaggio di Starmer rappresenta un banco di prova per la sua ambizione di essere una potenza globale autonoma dopo l’uscita dall’Unione Europea. Ma l’autonomia ha un costo: richiede coerenza strategica, chiarezza sugli interessi nazionali e capacità di resistere alle pressioni incrociate delle grandi potenze.
La missione in Cina non è solo un esercizio di diplomazia economica, ma un segnale di ridefinizione strategica. Londra tenta di ritagliarsi uno spazio tra Washington e Pechino, tra fedeltà atlantica e pragmatismo globale. Il rischio è di restare schiacciata tra due poli; l’opportunità è quella di trasformare l’incertezza dell’ordine internazionale in un margine di manovra. Il successo di Starmer dipenderà da una sola variabile: la capacità di trasformare il dialogo con la Cina in potere reale, senza perdere credibilità né sovranità.




