di Giuseppe Gagliano –
La Cina ha raggiunto nel 2025 una produzione cerealicola record di oltre 714 milioni di tonnellate, confermando di essere ancora in grado di nutrire la propria popolazione. Ma dietro i numeri dell’autosufficienza apparente si nasconde una fragilità strategica che preoccupa sempre più Pechino: la dipendenza dalle importazioni agricole necessarie a sostenere il modello alimentare costruito negli ultimi quarant’anni.
Il nodo centrale non riguarda il riso o il grano, bensì la proteina animale. Per alimentare allevamenti industriali di maiali e pollame, la Cina importa enormi quantità di soia, mais e mangimi proteici, soprattutto dal Brasile, dagli Stati Uniti e dall’Argentina. Ogni nave carica di soia rappresenta così non soltanto una merce, ma una componente della stabilità sociale cinese.
Per questo la sicurezza alimentare è diventata per Pechino una questione strategica al pari di energia, semiconduttori e difesa. Il governo cinese punta a rafforzare la produzione agricola interna attraverso innovazione tecnologica, miglioramento delle sementi, modernizzazione dell’irrigazione e protezione delle terre coltivabili, con l’obiettivo di raggiungere circa 725 milioni di tonnellate di capacità produttiva entro il 2030.
La sfida resta però strutturale. La Cina dispone di una quantità limitata di terre arabili rispetto alla popolazione, mentre urbanizzazione, cambiamenti climatici, erosione dei suoli e scarsità d’acqua aumentano le pressioni sul sistema agricolo. Anche raccolti record non eliminano la vulnerabilità legata alle oleaginose, agli input agricoli e alle catene logistiche.
La soia resta il principale tallone d’Achille. Le importazioni cinesi superano regolarmente i cento milioni di tonnellate annue, rendendo il Paese dipendente dai raccolti sudamericani, dalle rotte marittime e dagli equilibri geopolitici globali. Durante le tensioni commerciali con Washington, la soia americana si è trasformata in uno strumento di pressione politica, spingendo Pechino a diversificare i fornitori senza però riuscire a raggiungere una reale autosufficienza.
Per il Partito comunista l’alimentazione è anche una questione di stabilità interna. In Cina il prezzo della carne di maiale o del riso ha un valore politico diretto: aumenti improvvisi dei prezzi o interruzioni delle forniture potrebbero produrre tensioni sociali immediate.
A questo si aggiunge la dimensione strategico militare. Le importazioni agricole cinesi transitano attraverso rotte vulnerabili come il Mar Cinese Meridionale e l’Oceano Indiano. In caso di crisi con gli Stati Uniti o attorno a Taiwan, Pechino teme che anche cereali, mangimi e fertilizzanti possano diventare strumenti di pressione geopolitica.
Per questo la Cina sta costruendo una strategia di resilienza basata su riserve alimentari, diversificazione dei fornitori, investimenti agricoli all’estero e rafforzamento delle relazioni con il Sud globale. L’obiettivo non è evitare una carestia imminente, ma ridurre la dipendenza da un sistema internazionale che potrebbe trasformarsi, in caso di crisi, in una leva contro la stessa potenza cinese.











