
di Giuseppe Gagliano –
La Forza missilistica, cuore della deterrenza nucleare e missilistica cinese, avrebbe dovuto rappresentare il fiore all’occhiello delle riforme militari volute da Xi Jinping. Creata nel 2016 come ramo autonomo, è stata oggetto di un’espansione senza precedenti: centinaia di nuovi silos, incremento delle testate nucleari, avanzamento delle capacità convenzionali. Eppure, dal 2023, questa crescita è stata travolta da uno scandalo che combina corruzione, inefficienza e sospetti di tradimento.
Secondo molti analisti si tratta della più vasta epurazione dai tempi di Mao Zedong. Xi ha rimosso quasi un quinto dei generali da lui stesso nominati. Il colpo più eclatante è stato quello del luglio 2023, quando il comandante Li Yuchao e il commissario politico Xu Zhongbo furono allontanati con accuse di dislealtà e appropriazione indebita. A catena, sono seguiti i vicecomandanti Liu Guangbin e Zhang Zhenzhong, fino ad arrivare a figure di spicco come gli ex ministri della Difesa Wei Fenghe e Li Shangfu, entrambi espulsi dal Partito nel giugno 2024.
Non si tratta solo della Forza missilistica. Nel novembre 2024 è stato sospeso Miao Hua, responsabile del lavoro politico della Commissione Militare Centrale (CMC), e da marzo 2025 non si hanno più notizie del generale He Weidong, vicepresidente della stessa CMC. La stessa difesa è scossa: l’attuale ministro Dong Jun è dato come indagato.
Tre i fattori principali. Primo, la corruzione sistemica. I giganteschi fondi destinati all’espansione missilistica hanno alimentato tangenti e appropriazioni indebite: rapporti interni parlano di silos difettosi e perfino missili riempiti d’acqua. Secondo, la disloyalty politica. Xi teme le “cricche private” che minano la centralità del Partito: logica staliniana che porta a epurare anche i protetti più fedeli. Terzo, i sospetti di spionaggio. Diverse inchieste americane hanno evidenziato vulnerabilità nella catena di comando della deterrenza nucleare cinese, alimentando l’idea che informazioni sensibili siano trapelate.
A questi elementi si aggiunge l’incompetenza: il rallentamento della modernizzazione, i ritardi nell’addestramento congiunto e il calo di efficienza hanno indebolito la fiducia di Xi nei suoi vertici militari.
Le conseguenze sono gravi. L’Esercito Popolare di Liberazione è oggi attraversato da paralisi decisionale, con ufficiali timorosi di esporsi. La morale è in calo, i programmi di modernizzazione rallentano, gli addestramenti interforze subiscono ritardi. Tutto questo in un momento in cui la Cina dovrebbe prepararsi a scenari come un eventuale conflitto su Taiwan.
Le purghe dunque hanno un doppio volto: da un lato rafforzano il controllo politico personale di Xi; dall’altro, minano la prontezza militare e complicano la pianificazione strategica. Il paradosso è che la forza chiamata a garantire la sicurezza e la deterrenza della Cina si ritrova oggi più vulnerabile, vittima non tanto della minaccia esterna, quanto delle proprie debolezze interne.
Per la comunità internazionale, le epurazioni sollevano interrogativi cruciali. Da un lato, una Rocket Force indebolita potrebbe ridurre la propensione di Pechino a rischiare conflitti a breve termine. Dall’altro la fragilità del comando nucleare di una superpotenza introduce un elemento di incertezza pericoloso. In sistemi autoritari, il potere personale può prevalere sulla funzionalità istituzionale, con conseguenze difficili da prevedere.
Xi Jinping, nel visitare una brigata della Forza missilistica nell’ottobre 2024, ha cercato di rassicurare il Partito e l’opinione pubblica cinese. Ma il messaggio reale che emerge da queste purghe è che la Cina, pur presentandosi come una potenza in ascesa, combatte ancora contro i propri fantasmi: corruzione endemica, lealtà incerte, capacità militari meno solide di quanto si pensi.










