di Giuseppe Gagliano –
La messa in causa di Zhang Youxia non è un episodio marginale né una semplice inchiesta disciplinare. Zhang, vicepresidente della Commissione militare centrale e figura di vertice dell’apparato armato, incarnava una combinazione rara: esperienza operativa reale, peso politico e un rapporto storico con Xi Jinping. Colpirlo significa rompere un equilibrio informale che per anni ha garantito continuità e stabilità nella catena di comando dell’Esercito popolare di liberazione.
In Cina le accuse di “gravi violazioni della disciplina” sono il linguaggio codificato di una lotta di potere. La corruzione è spesso il pretesto, mentre la posta in gioco reale è la lealtà politica, il controllo delle reti interne e la capacità di allineare l’apparato militare agli obiettivi strategici del vertice.
La rimozione o l’indebolimento di Zhang si inserisce in una più ampia campagna di epurazioni che ha colpito anche la Rocket Force e segmenti dell’industria della difesa. Il messaggio è chiaro: nessun centro di potere autonomo può sopravvivere all’interno delle forze armate.
Xi Jinping sembra voler spingere il modello di comando verso una verticalizzazione estrema. L’Esercito non deve essere soltanto uno strumento dello Stato o del Partito, ma un’estensione diretta della sua autorità politica. Questo rafforza la disciplina e riduce il rischio di deviazioni interne, ma al tempo stesso impoverisce il dibattito strategico e limita i margini di autonomia professionale dei vertici militari.
La questione di Taiwan è il vero orizzonte di questa stretta. Pechino ha indicato il 2027 come un traguardo simbolico per il raggiungimento di una capacità militare credibile in caso di crisi nello Stretto. Le purghe possono essere lette come una risposta alla percezione di ritardi, inefficienze o opacità nella modernizzazione delle forze armate.
Xi vuole comandanti affidabili non solo sul piano tecnico, ma soprattutto su quello politico. In uno scenario di alta tensione con gli Stati Uniti e i loro alleati regionali, la priorità diventa la certezza dell’obbedienza, anche a costo di sacrificare competenze, continuità e memoria istituzionale.
Le epurazioni hanno però un costo. Il clima di sospetto rallenta i processi decisionali, frena l’innovazione e rende più prudenti – talvolta troppo – i funzionari coinvolti nei programmi di armamento e negli appalti militari. La paura di finire sotto inchiesta produce inerzia, mentre la riorganizzazione continua delle catene di comando rischia di indebolire l’efficienza operativa nel breve periodo.
In termini strategici, la Cina guadagna coesione politica, ma può perdere in flessibilità militare. È un classico dilemma dei sistemi ipercentralizzati: più controllo dall’alto, meno resilienza dal basso.
All’interno, il segnale è inequivocabile: non esistono più “intoccabili”, neppure tra i veterani o gli amici storici del leader. La fedeltà personale a Xi prevale su anzianità, reputazione e competenza.
All’esterno, Pechino proietta l’immagine di un potere determinato a disciplinare le proprie forze armate e a prepararsi a scenari di confronto prolungato con l’Occidente. Ma questa stessa iper-concentrazione del comando può alimentare timori: meno contrappesi interni significa anche un rischio più alto di decisioni impulsive o mal calibrate in caso di crisi.
Il caso Zhang Youxia rivela una trasformazione più profonda: l’Esercito popolare di liberazione non è più soltanto uno strumento militare, ma un pilastro del potere personale di Xi Jinping. La professionalità militare viene subordinata alla fedeltà politica, e la strategia nazionale si fonde sempre più con la stabilità del leader.
In prospettiva geopolitica, questo rafforza l’immagine di una Cina pronta ad assumersi rischi maggiori pur di consolidare la propria posizione globale. Ma apre anche una fase in cui l’equilibrio tra potere politico e competenza militare diventa più fragile, con implicazioni potenzialmente rilevanti per Taiwan, per la competizione con gli Stati Uniti e per la sicurezza dell’intero Indo-Pacifico.




