di Giuseppe Gagliano –
Un dettaglio può raccontare più di mille proclami. A metà maggio 2025, in un clima di massimo riserbo, il presidente cinese Xi Jinping avrebbe convocato una riunione con ex membri del Comitato permanente del Politburo, l’organo più potente del Partito Comunista. La notizia, non ancora confermata, rappresenterebbe un evento senza precedenti: mai un leader cinese in carica aveva riunito i suoi predecessori per discutere della propria successione.
Non è un passaggio formale. Non è ancora una resa. Ma è la spia di una dinamica interna che rischia di incrinare un sistema costruito proprio per apparire inamovibile. La Cina oggi è un gigante che barcolla dietro l’immagine di solidità assoluta. E Xi, che per anni ha accentrato ogni leva di potere, comincia a essere percepito come vulnerabile.
Quello che colpisce di più è la composizione dell’incontro: ex leader, funzionari in pensione, figure formalmente senza incarichi ma ancora influenti. Un tempo sarebbe bastata la macchina del Partito. Oggi no. Perché la crisi è tutta interna al sistema. Xi ha costruito un potere personale quasi monarchico, ma ha anche consumato le reti di consenso, delegittimato i successori possibili, epurato i rivali. E ora, nel momento della fragilità, si ritrova senza un erede naturale, né un equilibrio politico che possa sostenerlo.
La malattia? Forse. La stanchezza? Anche. Ma soprattutto, una leadership che ha perso la capacità di cooptare, trasformata in culto e controllo. Il fatto stesso che si parli di successione senza che Xi abbia annunciato nulla è il segnale di un corto circuito: il Partito teme il vuoto, ma Xi non lo può nominare. E così si riuniscono i veterani. Per salvare il sistema. O per riprenderne il controllo?
La riunione si inserisce in un contesto di alta instabilità interna. Solo negli ultimi mesi, Xi ha rimosso due vertici militari — il generale Miao Hua e il comandante He Weidong — e avviato una serie di epurazioni nel settore aerospaziale e nelle regioni autonome. La Central Military Commission, un tempo suo feudo personale, si sta sgretolando. Le province mostrano segnali di autonomia sotterranea. Il sistema economico rallenta. E mentre la propaganda ripete che tutto è sotto controllo, l’apparato si muove in ordine sparso.
In questo quadro, cominciano oggi a circolare i nomi di possibili successori: Ding Xuexiang, Chen Jining, Hu Chunhua. Tutti fedelissimi, tutti controllabili. Ma anche tutti privi di un vero consenso autonomo. Xi ha eliminato le correnti, ma ha lasciato un vuoto. E ora quel vuoto rischia di travolgerlo.
La Cina è arrivata a un bivio. Dopo due decenni di crescita, ambizioni globali e proiezione strategica (dalla Belt and Road alla conquista tecnologica), il sistema mostra i limiti di un modello troppo verticale, troppo centralizzato. Le tensioni con gli Stati Uniti, le sanzioni occidentali, la crisi immobiliare e la bolla tecnologica stanno logorando il patto implicito tra Partito e società: prosperità in cambio di stabilità.
Se Xi dovesse davvero lasciare o ridurre la propria presa, la questione non sarà solo chi prenderà il suo posto, ma quale Cina emergerà dal dopo-Xi. Una Cina più collegiale, che riapre i giochi tra le élite? O una transizione di facciata, con un “delfino” designato a perpetuare l’attuale sistema?
La stabilità della leadership cinese non è solo una questione interna. È una variabile globale. Con le tensioni su Taiwan, la militarizzazione del Mar Cinese Meridionale, il riavvicinamento a Mosca e l’uso geopolitico dell’economia, la Cina è oggi al centro di tutte le linee di frizione internazionale. Se Pechino entra in una fase di incertezza politica, l’intero equilibrio mondiale potrebbe risentirne: più aggressività esterna per compensare le fragilità interne, più chiusura per mascherare la debolezza.
Ed è proprio questo il nodo: un sistema che si è costruito come macchina da guerra ideologica, oggi non sa come gestire la normalità del passaggio di potere. Non esiste un protocollo. Non esiste una vera opposizione. E proprio per questo, ogni segnale diventa rumoroso, ogni sussurro può diventare terremoto.
L’immagine di Xi che convoca in segreto i suoi predecessori non è solo un fatto politico. È il simbolo di un sistema che si scopre improvvisamente fragile, dopo anni di onnipotenza. Non c’è ancora rottura. Ma c’è fermento. Non c’è ancora successione. Ma c’è discussione.
La Cina è entrata in una fase nuova. E come sempre, lo fa nel modo più opaco possibile. Ma l’opacità, oggi, non basta più a nascondere il fatto che qualcosa si è rotto. E il futuro del Dragone si scriverà nel silenzio delle stanze più segrete di Pechino.




