di Giuseppe Gagliano –

La notte tra l’11 e il 12 settembre ha segnato un’escalation ulteriore in Cisgiordania. Le forze israeliane hanno arrestato alti funzionari di Fatah, mentre i coloni hanno lanciato attacchi coordinati contro diversi villaggi palestinesi. Gli eventi, innescati dall’attentato di Ramot, rischiano di trasformarsi in una crisi politica e di sicurezza regionale, capace di incrinare i già fragili equilibri nati dagli Accordi di Abramo.

L’operazione israeliana ha colpito il cuore politico di Fatah in Cisgiordania. Jamal Hammad, membro del Consiglio Rivoluzionario, e Ahmad Abdel Karim al-Deek, vicesegretario di Fatah a Salfit, sono stati arrestati dopo perquisizioni nelle loro abitazioni. Altri dirigenti locali, come Abdel Fattah Abu Ali, sindaco di Silat al-Dhahr, sono stati fermati a Jenin insieme a diversi quadri intermedi. Questi arresti si inseriscono in una strategia mirata a indebolire la capacità di Fatah di mantenere il controllo sociale sul territorio e a prevenire possibili sommosse.

Parallelamente, i coloni hanno intensificato gli attacchi contro i villaggi palestinesi: veicoli incendiati, vetrine sfondate, scritte razziste sui muri, spianamenti di terreni agricoli. Episodi che assumono un carattere di vera e propria punizione collettiva. A Betlemme, Nablus, Ramallah e nei villaggi circostanti la tensione è altissima e il rischio di spirale violenta è concreto. L’assalto ai cortili della moschea di Al-Aqsa da parte di gruppi di coloni, protetti dall’esercito, è una provocazione che può infiammare ulteriormente l’opinione pubblica palestinese e araba.

Dal punto di vista strategico, le incursioni a Qatanna e Biddu, con la chiusura forzata dei negozi per quattro giorni, rappresentano una tattica di pressione psicologica. Tuttavia, il moltiplicarsi di questi raid rischia di alimentare il ciclo di ritorsioni, generando nuovi attentati. Il conflitto asimmetrico in Cisgiordania si sta trasformando in una guerra a bassa intensità, con il rischio di un fronte interno per Israele mentre prosegue la campagna su Gaza.

Il silenzioso ma fermo avvertimento degli Emirati Arabi Uniti è un segnale politico rilevante. Abu Dhabi ha definito l’eventuale annessione della Cisgiordania una “linea rossa”, sottolineando che gli Accordi di Abramo non sono un assegno in bianco. Gli Emirati temono che l’escalation destabilizzi l’intera regione e metta in discussione i loro investimenti economici e la narrativa di modernizzazione che hanno promosso con la normalizzazione. Un raffreddamento delle relazioni con Israele avrebbe conseguenze anche per Washington, che aveva puntato sugli Accordi per ridisegnare l’architettura di sicurezza mediorientale.

L’instabilità in Cisgiordania ha ricadute dirette sull’economia locale: chiusura dei mercati, danneggiamento delle infrastrutture, limitazione della mobilità dei lavoratori palestinesi verso Israele. Questo deterioramento alimenta la disoccupazione e radicalizza la popolazione, offrendo terreno fertile a Hamas e ai gruppi jihadisti. Sul piano internazionale, il rischio è che l’inasprirsi delle tensioni porti ad azioni di boicottaggio o a nuove campagne di disinvestimento (BDS), con impatti sull’economia israeliana.

Gli arresti di Fatah e le violenze dei coloni rappresentano una sfida alla stabilità della Cisgiordania e alla leadership di Mahmoud Abbas, sempre più indebolita. La reazione del mondo arabo e dei partner occidentali sarà decisiva: una condanna simbolica non basterà a contenere l’escalation. Se Israele non riuscirà a bilanciare sicurezza e controllo politico con una prospettiva credibile di negoziato, il rischio è di trovarsi di fronte a un nuovo ciclo di intifada e a un deterioramento delle relazioni con i Paesi arabi normalizzatori.