
di Giuseppe Gagliano –
Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio le forze di sicurezza israeliane hanno condotto una serie ampia di operazioni in Cisgiordania: perquisizioni, arresti, interrogatori sul posto, demolizioni di abitazioni. Il bilancio raccontato da fonti palestinesi parla di almeno ottanta fermati, tra cui una donna, due minori ed ex detenuti, e di un palestinese ferito da colpi d’arma da fuoco a Dura, a sud di Hebron, durante l’accerchiamento di una casa legata a due ricercati. Nel governatorato di Hebron, a Khallat Nafisa, una casa è stata abbattuta con una ruspa; l’esercito ha presentato l’azione come “deterrenza” contro un uomo indicato come responsabile di un attacco precedente.
Il punto, però, non è il singolo episodio. È il metodo. Quando le operazioni diventano routine notturna, la “sicurezza” smette di essere una risposta a eventi specifici e diventa una tecnica di governo del territorio: colpire reti familiari, svuotare spazi sociali, rendere permanente l’eccezione. In aree come Masafer Yatta, la requisizione di abitazioni trasformate in postazioni militari e l’obbligo per gli abitanti di passare la notte all’aperto non sono dettagli: sono messaggi. Dicono chi comanda, e lo dicono senza bisogno di un comunicato.
La demolizione di case collegate a sospetti o autori di attacchi viene presentata come strumento dissuasivo. Ma nella pratica produce un effetto diverso: trasforma la responsabilità individuale in sanzione comunitaria. È una scelta politica prima che operativa. E ha una conseguenza prevedibile: alimenta la spirale. Perché ogni demolizione diventa un argomento per chi sostiene che il confronto non abbia più regole, e ogni attentato diventa un argomento per chi sostiene che serva più forza. È un circuito chiuso che consuma spazio per la politica e moltiplica la violenza.
La Cisgiordania vive già di un’economia fragile: mobilità limitata, incertezza cronica, lavoro intermittente, dipendenza da permessi e controlli. Quando aumentano incursioni, arresti e sequestri temporanei di abitazioni, si aggiunge un costo quotidiano: negozi che non aprono, cantieri fermi, trasporti spezzati, famiglie che perdono reddito perché un membro è detenuto o perché la casa è stata devastata. Non è solo “ordine pubblico”: è un meccanismo che abbassa la produttività, rende più povera la società e più facile la radicalizzazione.
La presenza di centinaia di migliaia di coloni, e l’espansione delle infrastrutture che li servono, non è solo un fatto demografico. È una struttura economica: strade, servizi, sicurezza dedicata, accesso privilegiato a risorse e terre. Ogni nuova frizione sul terreno ricade su questa architettura e, allo stesso tempo, la rafforza, perché giustifica ulteriori dispositivi di controllo. È un modello che tende a perpetuarsi.
Le grandi campagne di arresti e le operazioni diffuse mirano a disarticolare reti armate e prevenire attacchi. Ma la loro efficacia dipende da una condizione che qui manca: una prospettiva politica credibile. Senza quella, la “deterrenza” si trasforma in attrito permanente, una guerra a bassa intensità che logora tutti: i palestinesi perché vivono sotto pressione costante, Israele perché deve impiegare risorse e uomini per un controllo senza fine.
Ogni volta che l’azione militare appare come punizione generalizzata, i gruppi che esaltano la risposta violenta trovano terreno fertile. Se persino gli attacchi non rivendicati vengono celebrati come “inevitabili”, significa che il campo simbolico si sta spostando: non vince chi propone una via d’uscita, vince chi promette vendetta.
La comunità internazionale continua a considerare illegali gli insediamenti nei territori occupati e a denunciare pratiche che somigliano a un sistema di separazione strutturale. Ma queste affermazioni, ripetute da anni, hanno perso capacità di pressione se non sono accompagnate da leve reali: politiche, economiche, diplomatiche. Il risultato è che il linguaggio del diritto resta, mentre sul terreno avanzano fatti compiuti.
Le operazioni in Cisgiordania si svolgono mentre continua la guerra a Gaza. I due piani si alimentano: la tensione a Gaza accende la Cisgiordania; la Cisgiordania sotto pressione riduce ulteriormente lo spazio per una soluzione politica su Gaza. È una saldatura che spinge la regione verso una normalizzazione del conflitto: non la pace impossibile, ma l’attrito permanente.
Quello che emerge non è una somma di episodi, ma una strategia di controllo che si traduce in arresti di massa, demolizioni, requisizioni e intimidazioni diffuse. La sicurezza, così, diventa amministrazione della paura. E quando la paura governa, l’unica cosa che cresce davvero è la certezza che il giorno dopo sarà peggiore del giorno prima. In un conflitto che vive di simboli, è la forma più efficace di radicalizzazione reciproca.











