Corea del Nord. L’Economia riparte grazie alle guerre globali e all’asse con Cina e Russia

di Giuseppe Gagliano –

La Corea del Nord torna a crescere, ma non per meriti interni è il caos internazionale a rimettere in moto l’economia di Pyongyang. Secondo le valutazioni diffuse da Seul, il regime di Kim Jong Un ha superato la fase più dura della contrazione grazie al sostegno convergente di Cina e Russia, che per ragioni strategiche hanno riaperto spazi economici e politici al Paese più isolato del mondo.
Pechino resta il pilastro decisivo della sopravvivenza nordcoreana. La ripresa dei voli diretti e dei collegamenti ferroviari dopo anni di stop segna una normalizzazione selettiva che consente a Pyongyang di ridurre l’isolamento e riattivare scambi essenziali. La Cina punta a evitare il collasso del vicino, considerato un rischio per la sicurezza regionale, preferendo mantenerlo stabile, controllabile e funzionale come cuscinetto geopolitico.
Mosca, invece, ha trasformato la Corea del Nord in una risorsa strategica legata alla guerra in Ucraina. Pyongyang fornisce munizioni, uomini e sostegno politico, mentre la Russia offre tecnologia militare, assistenza economica e copertura diplomatica. Ne emerge un rapporto asimmetrico ma efficace, che sostiene l’economia nordcoreana attraverso una vera e propria compensazione bellica.
La ripresa resta fragile e opaca nei numeri, ma significativa sul piano politico. Le stime sudcoreane indicano un Pil intorno ai 30 miliardi di dollari nel 2024, ma il dato centrale è il cambio di direzione. Dopo anni di crisi, il regime può rivendicare una stabilizzazione e rafforzare il controllo interno, trasformando anche modesti miglioramenti in uno strumento di legittimazione.
Si tratta però di una crescita povera, dipendente e militarizzata. Non nasce da riforme né da investimenti modernizzanti, ma da una triangolazione geopolitica che rende Pyongyang utile a due grandi potenze. In parallelo, il regime continua a puntare sulla forza militare, con una serie di lanci missilistici che accompagnano la ripresa economica e rafforzano la deterrenza.
Il contesto internazionale pesa in modo decisivo. Le tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran spingono la Corea del Nord a considerare il nucleare una garanzia indispensabile di sopravvivenza politica. I progressi segnalati dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica confermano l’espansione del programma atomico, ritenuto ormai irreversibile da Kim Jong Un.
Il rafforzamento dell’asse tra Pyongyang, Mosca e Pechino modifica gli equilibri regionali e indebolisce l’efficacia delle sanzioni. Una Corea del Nord meno isolata è anche più libera di sviluppare il proprio arsenale e di alzare il prezzo di eventuali negoziati con Stati Uniti e Corea del Sud.
Più che un modello di sviluppo, quella nordcoreana diventa così una strategia di sopravvivenza in un mondo frammentato. Le tensioni globali e la competizione tra potenze creano spazi anche per economie deboli, purché riescano a diventare strategicamente utili.
Dopo anni di immobilismo, Pyongyang torna quindi al centro della scena internazionale. Non perché sia più forte, ma perché è meno isolata e più inserita nelle dinamiche di un ordine globale sempre più instabile, in cui le guerre alimentano nuove opportunità anche per i regimi più fragili.