di Giuseppe Gagliano –

La visita di Aleksandr Lukashenko in Corea del Nord segna un passaggio politico che va oltre il protocollo e indica la crescente convergenza tra Paesi isolati dall’Occidente. L’incontro con Kim Jong Un rappresenta il tentativo di costruire una rete di relazioni tra Stati sottoposti a pressioni internazionali, uniti dalla necessità di rafforzare la propria legittimità e dimostrare di non essere soli. Non si tratta ancora di un’alleanza strutturata, ma di una cooperazione sempre più visibile tra attori che condividono interessi e condizioni simili.

Il presidente bielorusso si muove in un contesto complesso. Minsk resta un alleato chiave di Mosca sul fronte europeo, ma cerca allo stesso tempo di mantenere margini di autonomia, anche alla luce dei segnali di apertura provenienti dagli Stati Uniti. La visita a Pyongyang risponde a questa logica: mostrare la capacità di operare su più piani diplomatici senza dipendere da un unico interlocutore.

Per Kim Jong Un l’incontro è un’opportunità per rafforzare l’immagine internazionale del regime, che punta a uscire dalla rappresentazione di Stato isolato e a presentarsi come attore capace di attrarre partner e costruire relazioni oltre la penisola coreana. Ogni vertice diventa così uno strumento per consolidare la propria rilevanza geopolitica.

Sul piano economico, tuttavia, le prospettive restano limitate. Gli scambi tra Bielorussia e Corea del Nord sono ridotti e difficilmente potranno crescere in modo significativo nel breve periodo. I settori evocati indicano più una cooperazione marginale che la nascita di un vero asse commerciale. Eppure, anche relazioni economiche di piccola scala possono avere un valore strategico, soprattutto in un contesto di sanzioni, favorendo reti alternative di approvvigionamento e canali indiretti di scambio.

Il significato principale del vertice è però strategico. Bielorussia e Corea del Nord occupano posizioni rilevanti nella proiezione geopolitica russa, rispettivamente sul fronte occidentale.