di Giuseppe Gagliano –
Il progetto russo di finanziare l’esplorazione congiunta di petrolio e gas nelle acque profonde nordcoreane non è un semplice episodio tecnico né un gesto isolato. È il punto di congiunzione di un calcolo strategico che unisce energia, geopolitica e la volontà comune di aggirare un sistema di sanzioni internazionali percepite come strumenti di pressione occidentale. Dieci milioni di dollari non cambiano gli equilibri globali, ma spiegano benissimo come Russia e Corea del Nord stiano costruendo un’alleanza di convenienza capace di produrre effetti ben più vasti dello stretto ambito energetico.
L’operazione, confermata dal primo viceministro delle finanze Irina Okladnikova, riguarda il bacino del Mar del Giappone, un’area che Mosca considera di grande potenziale. Non è la prima volta che la Russia tenta una collaborazione simile: i vecchi progetti sovietici nel Mar Giallo non avevano prodotto risultati significativi, ma oggi il contesto è completamente mutato. La Corea del Nord è al collasso energetico, frenata dal tetto ONU di 500.000 barili annui di importazioni di petrolio, mentre la Russia è alla ricerca di nuovi partner fuori dal circuito occidentale dopo le sanzioni imposte per la guerra in Ucraina. Il risultato è una convergenza spontanea, dove ognuno porta ciò che l’altro non ha: tecnologia, legittimità politica, manodopera e soprattutto bisogno reciproco.
Sul piano economico, l’investimento appare modesto ma strategico. L’obiettivo è valutare “le prospettive petrolifere e del gas del bacino in acque profonde”, come spiega Okladnikova. Il ministero russo delle Risorse naturali attende le mappe geofisiche complete per iniziare la pianificazione. Un percorso che, se confermerà le aspettative di Mosca, potrebbe aprire una delle ultime frontiere energetiche ancora non sfruttate dell’Asia nordorientale. Per Pyongyang, un partner russo significa accedere a tecnologie e risorse che sarebbe impossibile ottenere altrove. Per il Cremlino, significa acquisire un nuovo presidio strategico a pochi chilometri dal Giappone e dalla Corea del Sud, due pilastri dell’alleanza indo-pacifica filoamericana.
C’è però un aspetto ancora più rilevante, che riguarda la capacità dei due Paesi di muoversi fuori dal controllo occidentale. Nonostante le sanzioni ONU, la Russia ha già ripreso le forniture di prodotti raffinati alla Corea del Nord nel 2023 e nel 2024, aggirando le restrizioni attraverso triangolazioni e trasferimenti mare-mare. L’esplorazione congiunta offshore rischia di diventare una piattaforma parallela di approvvigionamento energetico, al di fuori delle maglie del sistema sanzionatorio.
Il progetto non si limita al petrolio. Mosca ha iniziato a formare geologi nordcoreani in tecniche di esplorazione di uranio e minerali, come confermato dall’Università tecnica di Irkutsk. Una cooperazione che rivela un’esigenza strutturale: preparare quadri tecnici capaci di gestire, un domani, operazioni complesse legate all’industria estrattiva e all’eventuale sviluppo nucleare. In un Paese come la Corea del Nord, dove la separazione tra attività civile e militare è praticamente inesistente, questa evoluzione assume un significato pesante.
Non è un caso che la nuova sintonia energetica si sviluppi mentre crescono le preoccupazioni internazionali sul programma nucleare nordcoreano. Rafael Grossi, direttore dell’AIEA, ha sottolineato che le immagini satellitari mostrano la costruzione di un edificio a Yongbyon simile a quello dell’impianto di arricchimento di Kangson. La Corea del Nord continua a espandere le proprie strutture sotterranee e a vietare ispezioni internazionali. Le due traiettorie, cioè cooperazione energetica con la Russia da un lato, sviluppo nucleare dall’altro, non sono parallele, ma convergenti.
Sul piano geopolitico, l’accordo è un segnale destinato a pesare nell’Indo-Pacifico. Per Mosca, intensificare i rapporti con Pyongyang significa creare un cuscinetto ostile alle porte dei due principali alleati statunitensi della regione. Per Kim Jong-un, legarsi alla Russia significa ottenere sostegno politico, rifornimenti energetici e una copertura diplomatica che la Cina, pur alleata, fornisce con crescente prudenza. È una triangolazione utile a entrambi: la Corea del Nord rafforza la sua resilienza interna, la Russia manda un messaggio alla NATO e a Washington, mostrando di poter aprire fronti geopolitici in aree sensibili per gli Stati Uniti.
Sotto il profilo geoeconomico, questo avvicinamento crea una rete sotterranea di scambi che mette in crisi il regime sanzionatorio internazionale. Se le esplorazioni offshore dovessero produrre risultati anche minimi, la Corea del Nord potrebbe raggiungere un grado di autonomia energetica senza precedenti dalla fine della guerra fredda. E la Russia, con una presenza stabile nel Mar del Giappone, potrebbe estendere la sua influenza sulle rotte energetiche asiatiche, già fortemente condizionate dalla competizione tra Cina, Giappone e Stati Uniti.
La cooperazione russo-nordcoreana non è quindi una nota marginale, ma la conferma che il blocco delle sanzioni è meno solido di quanto molti governi occidentali continuino a sostenere. È la dimostrazione che, in un mondo frammentato, le potenze isolate non scompaiono: si riorganizzano, si alleano e trovano nuovi spazi strategici dove ricostruire capacità e legittimità. Ed è proprio in questi interstizi, lontani dai grandi tavoli negoziali, che spesso si definiscono gli equilibri futuri.




