di Giuseppe Gagliano

Il fallito tentativo del presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol di dichiarare la legge marziale il 3 dicembre ha scatenato una crisi politica senza precedenti in Corea del Sud, rivelando dettagli inquietanti sul vero scopo della trama. Secondo un’inchiesta pubblicata da Peoples Dispatch, le accuse emerse all’interno della legislatura sudcoreana suggeriscono che il piano non si limitasse alla repressione politica interna, ma includesse un progetto ancora più ambizioso: innescare una guerra “limitata” con la Corea del Nord.

La radice di questa vicenda affonda nel luglio del 2023, quando sono iniziate le prime fasi di pianificazione del colpo di Stato. L’amministrazione Yoon, sin dal suo insediamento nel 2022, ha adottato un approccio aggressivo nei confronti di Pyongyang, spingendo la dottrina militare del Kill Chain, che prevede attacchi preventivi contro sospette minacce nordcoreane. Questo atteggiamento si è tradotto in un’escalation militare tangibile: nel 2023 si sono svolte oltre 200 giornate di esercitazioni congiunte con gli Stati Uniti, con simulazioni di attacchi nucleari sul territorio coreano.

L’effetto è stato devastante per i rapporti inter-coreani. Nel dicembre 2023, la Corea del Nord ha compiuto un gesto senza precedenti rinunciando formalmente alla sua politica di riunificazione pacifica. La tensione ha poi raggiunto nuove vette tra la primavera e l’autunno del 2024. Il fenomeno delle “balle di spazzatura” inviate dal Nord – una risposta propagandistica alle attività delle ONG sudcoreane lungo la zona demilitarizzata – è diventato simbolo della rottura diplomatica, ma è stato anche un pretesto per ulteriori provocazioni.

Secondo i parlamentari dell’opposizione, il presidente Yoon e il suo ex ministro della Difesa Kim Yong-hyun avrebbero deliberatamente spinto per un’escalation. Nel mese di ottobre, Pyongyang ha denunciato la presenza di droni sudcoreani nel proprio territorio, un’accusa che il Ministero della Difesa a Seul non ha confermato. Poco dopo, la Corea del Nord ha fatto saltare in aria ponti e strade lungo il confine, nel timore di un’invasione imminente.

Le rivelazioni più gravi sono arrivate il 7 dicembre, quando il parlamentare Lee Ki-heon ha denunciato che il ministro della Difesa Kim aveva ordinato un attacco diretto contro il Nord il 28 novembre, formalmente per colpire “l’origine dei palloni di spazzatura”. La richiesta fu respinta dallo Stato Maggiore con l’obiezione che tali operazioni avrebbero violato la linea di sicurezza vigente.

La trama si è rivelata più ampia quando, come riportato da Peoples Dispatch, sono emerse prove che Yoon e i suoi alleati avessero pianificato una repressione interna simile a quella delle tragedie storiche di Jeju (1948-1949) e Gwangju (1980). In entrambe le occasioni, il regime sudcoreano represse nel sangue movimenti popolari, con il supporto tacito o esplicito degli Stati Uniti.

A Jeju, tra il 1948 e il 1949, soldati e paramilitari massacrarono tra le 30.000 e le 60.000 persone, bruciando il 70% dei villaggi dell’isola in una campagna di terra bruciata per sopprimere un’insurrezione contro il governo filo-americano appena istituito. A Gwangju, nel maggio del 1980, le truppe paracadutate per ordine di Chun Doo-hwan repressero con brutalità una ribellione studentesca e operaia, causando circa 2.000 vittime. La complicità degli Stati Uniti, che autorizzarono lo spostamento delle truppe dalla DMZ, è stata documentata e rappresenta uno dei capitoli più bui della Guerra Fredda asiatica.

Secondo la parlamentare Choo Mi-ae, il piano di Yoon prevedeva la sicurezza degli ospedali nelle prime fasi della legge marziale, un indizio di possibili atti di violenza su larga scala. Altri funzionari militari hanno testimoniato di aver ricevuto ordini diretti per l’arresto dei principali leader dell’opposizione, tra cui Lee Jae-myung.

L’inchiesta della giornalista indipendente Kim Eo-jun ha aggiunto ulteriori dettagli scioccanti. Secondo fonti anonime, il piano non si limitava a provocare il Nord, ma prevedeva l’invio di unità speciali travestite da soldati nordcoreani per inscenare attacchi interni, incluso l’assassinio del leader del partito al governo, Han Dong-hoon. Kim ha anche sollevato sospetti su un piano per “uccidere soldati americani” allo scopo di provocare una risposta di Washington contro Pyongyang.

Se queste accuse fossero confermate, il piano di Yoon non sarebbe solo una manovra autoritaria interna, ma un atto deliberato per scatenare un conflitto regionale con potenziali ripercussioni globali. Come sottolineato da Peoples Dispatch, un attacco tra le due Coree rischierebbe di coinvolgere Stati Uniti, Cina e Russia, che hanno accordi militari strategici nella penisola coreana.

Il fallito colpo di Stato di Yoon Suk-yeol e le accuse di provocare una guerra “limitata” con la Corea del Nord pongono inquietanti interrogativi non solo sul futuro della Corea del Sud, ma sull’intera stabilità dell’Asia nordorientale. Le similitudini con gli eventi di Jeju e Gwangju suggeriscono che la storia della repressione autoritaria in Corea del Sud sia tutt’altro che un capitolo chiuso. Ciò che emerge, però, è anche una nuova dimensione del rischio: la volontà di trasformare una crisi politica interna in un conflitto esterno con conseguenze potenzialmente catastrofiche. Se confermati, i dettagli riportati getterebbero un’ombra indelebile sull’amministrazione Yoon, mostrando come il confine tra autoritarismo e guerra aperta possa, ancora oggi, essere spaventosamente sottile.