di Giuseppe Gagliano

Ad Abidjan, capitale della Costa d’Avorio, migliaia di manifestanti sono scesi in piazza per contestare la candidatura del presidente Alassane Ouattara a un quarto mandato. La marcia, organizzata in modo pacifico dal fronte comune PDCI–PPA-CI, ha messo in evidenza il malcontento crescente verso una decisione percepita come una forzatura costituzionale. La protesta ha avuto un doppio obiettivo: opporsi alla permanenza di Ouattara al potere e chiedere la riabilitazione politica di figure di primo piano dell’opposizione, escluse dalla corsa presidenziale del 25 ottobre.

La giustizia ivoriana ha impedito la candidatura di due protagonisti storici della politica del Paese: Tidjane Thiam, per questioni di nazionalità, e Laurent Gbagbo, per una condanna penale. Accanto a loro, anche Guillaume Soro e Charles Blé Goudé sono stati esclusi per motivi giudiziari. Questa strategia, formalmente legittimata da sentenze e norme, ha di fatto ristretto lo spazio democratico, alimentando la percezione di un processo elettorale pilotato a vantaggio del presidente in carica.

Ouattara si appella a una sentenza del Consiglio costituzionale del 2020, secondo cui la riforma del 2016 ha “azzerato” il conteggio dei mandati. L’opposizione, invece, ritiene che si tratti di un espediente per aggirare il limite dei due mandati previsto dalla Carta fondamentale. Questo braccio di ferro giuridico è diventato un terreno di scontro politico che potrebbe destabilizzare l’intero processo elettorale.

A meno di tre mesi dalle urne, il clima politico si è ulteriormente inasprito: arresti di esponenti dell’opposizione, denunce di “enlèvements” e accuse di “harcèlement” da parte dei leader contrari al regime. Il governo respinge le accuse di arresti arbitrari, ma l’opposizione parla apertamente di intimidazioni e di una strategia per neutralizzare ogni sfidante credibile.

La stabilità della Costa d’Avorio è cruciale per l’Africa occidentale, non solo per il suo ruolo economico, primo produttore mondiale di cacao e hub portuale, ma anche per la sua posizione nella sicurezza regionale, specie in un’area minacciata dall’espansione jihadista dal Sahel. Un processo elettorale contestato rischia di indebolire la coesione interna e di esporre il Paese a nuove crisi sociali e a interferenze esterne, in un momento in cui le potenze regionali e internazionali osservano attentamente ogni mossa di Abidjan.

Il 26 agosto, termine ultimo per la presentazione delle candidature, sarà il primo vero banco di prova. Se le esclusioni verranno confermate, la presidenza Ouattara entrerà in campagna elettorale con un’opposizione decapitata. Il rischio è che la prossima consultazione non sia una competizione, ma un plebiscito, aprendo un ciclo di instabilità che potrebbe minare i successi economici raggiunti negli ultimi anni.