di Giuseppe Gagliano –
C’è un dato che sorprende solo chi non vuole vedere: Vladimir Putin non rischia l’arresto in Italia, nonostante sia oggetto di un mandato d’arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale (CPI). La rivelazione non viene da fonti confidenziali, ma da La Repubblica, che spiega come le autorità italiane non abbiano mai completato le procedure formali necessarie a rendere esecutivo il provvedimento sul territorio nazionale. Non una dimenticanza, ma una “scelta politica”.
Una scelta che, al netto delle ipocrisie retoriche, riflette la linea del governo Meloni: i capi di Stato in carica godrebbero di una forma di immunità sovrana tale da escluderli dalla giurisdizione di tribunali internazionali. Una visione che, tradotta in pratica, congela di fatto il potenziale giuridico del mandato. Restano teoricamente perseguibili gli altri funzionari e militari russi citati nei fascicoli della CPI, ma è altamente improbabile che costoro si avventurino in Europa, essendo anche sottoposti a sanzioni individuali da parte dell’Ue.
Eppure, qualcosa si muove. Il Cremlino ha confermato che il ministro della Cultura russo, Olga Lyubimova, parteciperà ai funerali di Papa Francesco in Italia. Una presenza simbolicamente forte, che segna una breccia nel muro delle restrizioni diplomatiche e che espone l’Italia a un dilemma scomodo: mostrare coerenza con i proclami sull’ordine internazionale fondato sulle regole, o concedere eccezioni in nome della realpolitik?
Non si tratta di cavilli. La mancata attivazione del mandato getta una luce cruda sulla frattura crescente tra il diritto internazionale e le strategie di potenza degli Stati. La CPI, già minata dalla cronica assenza di adesione da parte di Stati come Stati Uniti, Russia, Cina e Israele, rischia oggi di essere ridotta a strumento simbolico, invocato con solennità ma ignorato nei momenti decisivi. Soprattutto quando il bersaglio non è un despota africano o un leader caduto in disgrazia, ma un attore strategico come il presidente della Federazione Russa.
È il paradosso dell’occidente: denunciare l’aggressione russa, ma evitare di colpire direttamente chi la incarna per non compromettere i già fragili equilibri geopolitici. Roma, in questo, non fa eccezione. Del resto, da tempo l’Italia si muove in equilibrio tra fedeltà atlantica e calcolo diplomatico, tra richiami al diritto e prudente neutralità operativa.
Va detto che recentemente un altro ricercato dalla Corte penale internazionale, Benjamin Netanyahu, si è recato in visita in Ungheria, nel silenzio completo delle cancellerie occidentali.
Questa vicenda è emblematica di un ordine internazionale in fase di smottamento, in cui le istituzioni multilaterali arrancano dietro le logiche di potenza. E in cui, sempre più spesso, le scelte giuridiche diventano atti politici. In nome della stabilità o dell’interesse nazionale, si chiude un occhio. O entrambi.




