
di Giuseppe Gagliano –
Il vertice di emergenza convocato a Doha lo scorso 15 settembre rappresenta uno dei momenti più significativi per la diplomazia araba degli ultimi anni. La bozza di risoluzione elaborata dal Qatar non è soltanto una presa di posizione simbolica: è un manifesto politico che accusa Israele di aver attaccato non solo Hamas, ma la sovranità di tutti i Paesi arabi e islamici. La morte di sei leader di Hamas sul suolo qatariota ha trasformato la questione in un affare di sicurezza collettiva. L’appello a proteggere la “sicurezza, sovranità e stabilità” del Qatar, sancito nel testo, assume i contorni di una dichiarazione di solidarietà panaraba.
Il Qatar negli ultimi anni si è ritagliato un ruolo di “Svizzera del Golfo”: negoziazione tra Talebani e USA, mediazioni tra fazioni palestinesi, canale di comunicazione con Teheran. L’attacco di Tel Aviv su Doha mina questo equilibrio. Per Israele, eliminare la leadership di Hamas è una necessità strategica; per gli Stati del Golfo, è una violazione pericolosa di un ordine regionale già fragile. Se il principio di neutralità del Qatar venisse meno, la regione rischierebbe di perdere l’unico tavolo di dialogo capace di trattare con tutti gli attori, inclusi quelli più radicali.
Il vertice ha discusso di misure concrete: sanzioni economiche, chiusura dello spazio aereo, possibili alleanze militari. Tuttavia, la complessità di interessi tra i Paesi partecipanti, dall’Egitto che coopera con Israele sul Sinai, alla Siria che resta legata all’Iran, rende improbabile un consenso unanime su una risposta dura. Più plausibile è una strategia graduale: pressione diplomatica in sede ONU, uso di leve energetiche e finanziarie, isolamento politico di Tel Aviv. La partecipazione di leader come al-Sisi e al-Burhan segnala comunque una convergenza rara, frutto della percezione che l’azione israeliana possa rappresentare un precedente pericoloso.
La dimensione economica e strategica
La crisi arriva in un momento delicato per l’economia regionale: prezzi del petrolio altalenanti, guerra a Gaza che frena gli investimenti, tensioni nel Mar Rosso che minacciano le rotte commerciali. Un’escalation diplomatica o militare con Israele potrebbe innescare nuove turbolenze nei mercati energetici, spingendo i produttori a usare il petrolio come strumento di pressione, come avvenne negli anni ’70. Ma un simile scenario, oggi, sarebbe rischioso: Cina, India e Unione Europea dipendono da forniture stabili, e i Paesi del Golfo puntano a mantenere credibilità come partner affidabili.
La decisione del Consiglio per i diritti umani dell’ONU di convocare un dibattito urgente dà alla vicenda una cornice di legittimità internazionale. Se la risoluzione del vertice di Doha sarà approvata da un ampio blocco di Stati, Israele rischia di affrontare un isolamento diplomatico più severo di quello già generato dalla guerra a Gaza. L’accusa di “crimini contro l’umanità” per lo sfollamento dei palestinesi è una formula che potrebbe aprire la strada a procedimenti nelle corti internazionali.
Il vero nodo resta la capacità del mondo arabo-islamico di trasformare la retorica in azione. Se il vertice resterà una dichiarazione di principio, Israele ne uscirà rafforzato. Ma se Doha riuscirà a costruire un fronte compatto – includendo attori come Turchia e Iran – allora si aprirà una nuova fase del conflitto israelo-palestinese, in cui il terreno di scontro sarà anche economico e diplomatico. Il Medio Oriente entrerebbe così in un’inedita stagione di “guerra fredda regionale”, dove ogni mossa sarà calibrata tra pressione e deterrenza.















