di Giuseppe Gagliano –
La decisione degli Emirati Arabi Uniti di limitare i finanziamenti statali per gli studenti diretti nelle università del Regno Unito non è una misura amministrativa né una ritorsione diplomatica. È, piuttosto, una scelta di sicurezza nazionale. Abu Dhabi ha messo nero su bianco un timore che da anni attraversa silenziosamente le capitali del Golfo: i campus britannici sono percepiti come spazi permeabili all’influenza di reti islamiste, in particolare riconducibili alla Fratellanza Musulmana, considerata organizzazione terroristica dagli Emirati.
Dal punto di vista emiratino, il problema non è l’università in sé, ma l’ecosistema politico e culturale che la circonda. Il Regno Unito viene letto come un ambiente tollerante, se non permissivo, nei confronti di organizzazioni e movimenti che nel mondo arabo sono associati all’instabilità politica e alla sovversione dell’ordine statale. Quando Londra ha chiesto spiegazioni sull’esclusione di numerosi atenei britannici dai programmi di finanziamento, la risposta è stata esplicita: non si tratta di una dimenticanza, ma di una scelta consapevole per evitare processi di radicalizzazione dei giovani emiratini.
Il riferimento alla Fratellanza Musulmana non è casuale. Per Abu Dhabi, la confraternita rappresenta un progetto politico alternativo allo Stato nazionale arabo, fondato su una mobilitazione religiosa che mina la legittimità delle monarchie del Golfo. Il fatto che nel Regno Unito esistano associazioni, centri di studio e reti di attivismo considerate vicine a quell’universo ideologico è sufficiente, nella lettura emiratina, a trasformare l’ambiente accademico in un potenziale vettore di rischio.
La mossa degli Emirati si inserisce in una strategia più ampia di prevenzione. Controllare i percorsi formativi all’estero significa intervenire a monte, prima che il problema della radicalizzazione si ponga sul piano della sicurezza interna. È una logica tipica degli Stati che concepiscono la stabilità come un bene da difendere in modo proattivo, anche a costo di limitare la libertà di scelta individuale in ambito educativo.
Per il Regno Unito, la decisione emiratina è un segnale scomodo. Da un lato, Londra continua a presentarsi come hub globale dell’istruzione superiore; dall’altro, scopre che questa apertura è percepita da partner strategici come una vulnerabilità. Non è una rottura diplomatica, ma una crepa di fiducia che tocca un settore, quello dell’istruzione, tradizionalmente considerato neutrale e apolitico.
Il messaggio che arriva da Abu Dhabi va oltre il rapporto bilaterale con Londra. Dice che, nel mondo multipolare, anche l’università è diventata uno spazio di competizione ideologica e di sicurezza. Per gli Emirati Arabi Uniti, mandare studenti all’estero non è più solo un investimento in capitale umano, ma una scelta che deve essere compatibile con la tenuta politica dello Stato. In questo quadro, la restrizione dei finanziamenti non appare come una chiusura, bensì come una forma di difesa preventiva in un’epoca in cui le idee viaggiano più velocemente delle persone.












