di Giuseppe Gagliano

Negli ultimi anni gli Emirati Arabi Uniti hanno impresso una svolta decisa alla propria politica di difesa, ponendo al centro della strategia nazionale un obiettivo chiaro: ridurre progressivamente la dipendenza da consulenze e tecnologie straniere per affermare una piena sovranità militare. Una scelta che ha implicazioni non solo operative, ma anche simboliche e geopolitiche, e che conferma l’intenzione di Abu Dhabi di ritagliarsi un ruolo da protagonista in un Medio Oriente attraversato da tensioni e in continua ridefinizione.

Le Forze armate emiratine stanno gradualmente limitando il ricorso a consulenze esterne, privilegiando lo sviluppo interno di competenze e soluzioni. È un processo inserito in una più ampia strategia nazionale che punta a creare un’industria della difesa autonoma, competitiva e integrata con i centri di ricerca e le università del Paese. Il principe ereditario Mohammed bin Zayed Al Nahyan, figura centrale del potere politico e militare, ha posto con decisione l’accento su settori come intelligenza artificiale, robotica e cybersicurezza, considerati centrali nella guerra contemporanea. Non si tratta solo di modernizzare l’apparato militare, ma di trasformare gli Emirati in una potenza esportatrice di tecnologia strategica.

Alla base di questa strategia c’è una consapevolezza: la vera indipendenza di uno Stato passa oggi dal controllo delle tecnologie critiche. Per questo motivo, il governo emiratino ha promosso la nascita di centri di eccellenza dedicati alla ricerca e allo sviluppo. L’intento non è solo quello di costruire armi o sistemi difensivi, ma di creare un ecosistema integrato capace di produrre sapere, innovazione e resilienza senza dover ricorrere a fornitori esterni, spesso provenienti da Paesi occidentali con i quali i rapporti, pur restando solidi, sono soggetti a cicli e contingenze.

Un esempio concreto di questa politica è la cooperazione con partner industriali occidentali, che non si limita alla semplice fornitura di prodotti ma include il trasferimento di know-how. È il caso dei progetti avviati per rafforzare la rete di comunicazioni delle Forze Armate, in cui tecnologie avanzate e formazione locale convergono per costruire capacità interne in ambiti delicatissimi come la cybersicurezza. Ma il vero cambiamento sta nella volontà emiratina di non fermarsi alla semplice acquisizione, puntando invece all’assimilazione autonoma delle competenze strategiche.

Tuttavia l’ambizione non cancella la realtà. Gli Emirati continuano a importare armamenti ad alta tecnologia, come dimostra l’acquisto dei caccia francesi di ultima generazione, i Rafale F4, con consegne iniziate all’inizio del 2025. In parallelo, prosegue la presenza di tecnici e istruttori stranieri, come quelli provenienti da Paesi asiatici che addestrano i piloti della forza aerea. Segni che l’autonomia, pur perseguita con decisione, resta ancora una meta di lungo periodo e non un obiettivo immediatamente raggiungibile.

La cornice geopolitica aggiunge ulteriori elementi di complessità. Gli Emirati mantengono legami solidi con gli Stati Uniti e l’Europa, ma stanno anche diversificando i propri interlocutori. L’incremento esponenziale del commercio con la Cina negli ultimi anni suggerisce l’intenzione di costruire relazioni economiche e, potenzialmente, anche militari con altri blocchi di potere. Una strategia che riflette il desiderio di flessibilità e di autonomia decisionale in un mondo dove le alleanze sono sempre meno granitiche.

Anche sul piano interno, Abu Dhabi ha avviato un processo di emiratizzazione dell’industria della difesa. Programmi governativi puntano a formare e inserire cittadini emiratini nei settori chiave dell’economia nazionale, inclusa la sicurezza. Sono stati fissati obiettivi minimi di assunzione di personale locale, con penalizzazioni economiche per le aziende che non li rispettano. Ma la strada resta lunga: la presenza di manodopera e competenze straniere continua a essere dominante, segno che la transizione non è priva di ostacoli e resistenze.

Quella degli Emirati non è una semplice politica industriale, né una retorica patriottica. È una risposta pragmatica a un contesto globale in cui le minacce si evolvono rapidamente e la stabilità regionale non può più essere garantita esclusivamente da alleanze esterne. Puntare sull’autosufficienza significa anche prepararsi a un futuro in cui le regole del gioco potrebbero cambiare da un momento all’altro. E gli Emirati vogliono essere pronti a decidere da soli.

Nel mondo di oggi tecnologia e indipendenza camminano insieme. Gli Emirati Arabi Uniti hanno imboccato la strada dell’autonomia strategica. Se riusciranno a completare questa trasformazione, non solo rafforzeranno la propria sicurezza, ma potranno anche ridisegnare il proprio ruolo nello scenario internazionale. Il percorso è aperto. Ma la vera sfida sarà percorrerlo senza smarrire equilibrio, visione e coerenza.