di Giuseppe Gagliano –
L’annuncio degli accordi tra Egitto, Eritrea e Gibuti per lo sviluppo dei porti di Assab e Doraleh rappresenta un passaggio politico e strategico che inserisce Il Cairo al centro di una delle aree più sensibili del pianeta: l’imboccatura meridionale del Mar Rosso, a ridosso dello Bab el-Mandeb. Qui transitano commercio globale, energia, sicurezza marittima e, sempre più, competizione militare.
La narrazione ufficiale parla di ampliamento delle capacità commerciali. Ma l’elemento decisivo è un altro: gli accordi prevedono infrastrutture idonee all’attracco di unità militari e alla presenza di contingenti limitati ma altamente qualificati. In sostanza, una legittimazione formale della presenza militare egiziana lungo una rotta cruciale. Non è un dettaglio. Le forze navali del Cairo frequentano già Doraleh e Assab per rifornimenti; ora quella presenza diventa strutturale, inserita in un quadro di cooperazione bilaterale.
Il convitato di pietra è l’Etiopia, potenza demografica e militare regionale ma priva di accesso al mare. Addis Abeba dipende in modo vitale dal porto di Doraleh per il proprio commercio estero e guarda con crescente inquietudine a ogni tentativo di “chiudere” il Mar Rosso attraverso presenze militari ostili. La pressione esercitata da Egitto ed Eritrea, con Gibuti come snodo logistico, rafforza la sensazione di accerchiamento.
Al centro della disputa resta la Grande diga della rinascita etiopica. Per l’Egitto, che dipende quasi totalmente dal Nilo, la diga è una minaccia esistenziale: non tanto per la sua esistenza, quanto per il controllo che conferisce a monte nei periodi di siccità. Il fallimento decennale dei negoziati con Etiopia e Sudan ha spinto Il Cairo a spostare il confronto dal tavolo diplomatico al terreno delle alleanze regionali e delle posture militari indirette.
Negli ultimi anni l’Egitto ha rafforzato i legami con Somalia, Eritrea, Gibuti e Kenya, offrendo addestramento, supporto alla difesa e, in alcuni casi, truppe. L’invio di consiglieri e militari in Somalia, sotto copertura di accordi antiterrorismo e missioni multilaterali africane, rientra in questa logica. Non è una proiezione di forza spettacolare, ma una rete di presenze leggere e legittimate che costruisce influenza senza dichiarare un confronto diretto.
Il risultato è un Corno d’Africa sempre più militarizzato e attraversato da rivalità incrociate. La mossa egiziana sui porti rafforza la sua capacità di pressione sull’Etiopia, ma aumenta anche il rischio di irrigidire posizioni già bloccate. Acqua, accesso al mare e sicurezza marittima si fondono in un’unica partita strategica. E quando succede, la stabilità regionale diventa fragile: non perché il conflitto sia imminente, ma perché ogni infrastruttura, ogni porto, ogni accordo smette di essere neutrale e diventa parte di una contesa di potere a lungo termine.












