di Giuseppe Gagliano –
La crisi a Gaza ha riaperto un fronte inatteso sul versante egiziano. La Fratellanza Musulmana, indebolita e repressa dopo il 2013 e soprattutto dopo la morte in carcere dell’ex presidente Mohamed Morsi (condannato a morte), tenta oggi un ritorno sulla scena approfittando della guerra in Palestina. Ma non lo fa attraverso canali diplomatici o proteste simboliche: punta invece su una strategia ben più articolata, che combina propaganda, pressione internazionale, disinformazione e infiltrazioni armate. L’obiettivo è chiaro: rimettere in discussione la legittimità del governo egiziano e forzare una sua compromissione sul dossier palestinese, in particolare sul controllo del valico di Rafah.
Per la Fratellanza Musulmana, la guerra tra Hamas e Israele rappresenta un’occasione duplice. Da un lato, permette di mobilitare l’indignazione dell’opinione pubblica araba per accusare i regimi arabi moderati, Egitto in testa, di complicità. Dall’altro, consente di attivare reti clandestine e logistiche, facendo leva sulla confusione e sull’urgenza umanitaria per infiltrarsi nei convogli diretti a Gaza, rilanciare messaggi insurrezionali, e testare la tenuta del sistema di sicurezza del Sinai. I due militanti di Hasm neutralizzati dalle forze egiziane sono solo la punta dell’iceberg.
Il vero baricentro operativo della Fratellanza non è Gaza ma il Sinai. Una regione porosa, difficile da controllare, che ha già visto in passato l’attività di cellule jihadiste e smantellamenti di infrastrutture militari. Qui la Fratellanza tenta oggi di riattivare l’apparato militante ereditato da Mohamed Kamal, con il supporto esterno della diaspora islamista stanziata in Turchia e, sempre più spesso, in Libia. I filmati diffusi sui social, con minacce alle prigioni egiziane e addestramenti paramilitari, sono elementi di una guerra psicologica. Non solo messaggi interni: sono segnali rivolti anche ai partner occidentali del Cairo, per indebolire la sua credibilità come garante di stabilità.
Il governo egiziano si trova stretto tra l’incudine e il martello. Da una parte, deve preservare la sua immagine di mediatore neutrale nel conflitto israelo-palestinese, fondamentale per il suo ruolo internazionale e per l’equilibrio con Stati Uniti e Unione Europea. Dall’altra, deve fronteggiare un’offensiva ideologica e operativa che minaccia di riaprire ferite mai rimarginate del 2011. L’alternativa è rischiosa: o concede spazi alla narrativa della Fratellanza, con aperture di facciata sul piano umanitario, oppure rafforza la repressione, con il rischio di trasformare Gaza in una miccia anche per l’instabilità interna.
In filigrana si legge una più ampia competizione geopolitica. Ankara resta il principale sponsor politico della Fratellanza Musulmana, anche se negli ultimi mesi ha tenuto un profilo più basso per non pregiudicare il riavvicinamento con l’Egitto. Ma le basi operative turche restano attive e rappresentano una retrovia strategica per i leader in esilio. Qatar, da parte sua, mantiene il finanziamento di molte strutture di supporto e think tank dell’islam politico. L’obiettivo comune è chiaro: trasformare la crisi a Gaza in una piattaforma per il rilancio ideologico dell’islamismo militante, screditando nel contempo le monarchie del Golfo e i regimi laici del Nord Africa.
La lettera pubblica firmata da oltre 100 esponenti religiosi e intellettuali islamisti, che invoca la “mobilitazione di massa” e denuncia la chiusura del valico di Rafah come “tradimento di Dio”, è il sintomo di una strategia transnazionale. Non è solo propaganda: è un meccanismo di legittimazione religiosa e popolare che punta a riattivare il jihad sociale e politico in tutta la regione. Si tratta di una pressione multilivello che sfrutta la debolezza delle istituzioni arabe e il discredito dell’Occidente, oggi percepito come silente di fronte ai massacri a Gaza.
Dal punto di vista militare, l’attivismo di Hasm rappresenta una sfida diretta alle forze di sicurezza egiziane. L’eventualità di attacchi mirati, come quelli del 2019 o peggio, rientra pienamente nel repertorio operativo del gruppo. Ma la minaccia più sottile è quella logistica: l’uso dei convogli umanitari come vettori di infiltrazione, il traffico di armi e la possibilità di collegamenti con milizie attive in Libia. L’Egitto, in questo scenario, si trova a dover militarizzare progressivamente la propria politica di frontiera, con conseguenze potenzialmente destabilizzanti anche per le relazioni con Gaza stessa.
La guerra a Gaza è diventata il detonatore di una partita molto più ampia. Non solo una crisi umanitaria, ma una sfida strategica che tocca l’identità stessa degli Stati della regione. La Fratellanza Musulmana, lungi dall’essere neutralizzata, tenta un rientro con strumenti nuovi e antichi: il linguaggio religioso, la rete transnazionale, l’ibridazione tra guerra psicologica e azione militare. L’Egitto, pur sotto pressione, resta il perno dell’equilibrio arabo. Ma il prezzo della stabilità, oggi, è più alto che mai.




