di Giuseppe Gagliano –
Il dispiegamento da parte dell’Egitto dei sistemi cinesi HQ-9B nella penisola del Sinai segna un passaggio chiave nella dottrina difensiva del Cairo. Si tratta di un sistema a lungo raggio capace di coprire fino a 300 km, dunque in grado di monitorare e potenzialmente ingaggiare bersagli nello spazio aereo israeliano, sulla Striscia di Gaza e nel Mar Rosso. Il messaggio è chiaro: il Sinai non è un vuoto di sicurezza e l’Egitto non intende subire passivamente le evoluzioni della strategia israeliana, che si è spostata verso una logica di “colpire ovunque”, includendo Paesi terzi come il Qatar.
Questa mossa non appare provocatoria ma preventiva. È un gesto ponderato che rafforza la deterrenza senza cercare lo scontro diretto. Il Cairo intende garantire che eventuali operazioni israeliane non si estendano al proprio territorio né colpiscano figure di Hamas in visita per mediazioni di sicurezza. Si tratta quindi di un avvertimento implicito: l’Egitto stabilisce linee rosse e si posiziona come attore sovrano, capace di tutelare la propria integrità territoriale.
La scelta di acquistare sistemi cinesi, in un contesto in cui l’Egitto è tradizionalmente legato ai fornitori occidentali e agli aiuti militari statunitensi, ha un significato geoeconomico preciso. È un atto di diversificazione delle fonti di armamento e di rafforzamento dell’autonomia strategica. Negli ultimi anni il Cairo ha investito in esercitazioni congiunte con Pechino e in programmi di coproduzione militare, riducendo la dipendenza da Washington e Bruxelles. In prospettiva, questo potrebbe accelerare un riorientamento delle relazioni militari egiziane verso un equilibrio multipolare, in cui le potenze asiatiche acquisiscono un peso crescente.
In un Medio Oriente polarizzato, l’Egitto manda un segnale duplice: da un lato rassicura i propri partner arabi sul fatto che il Sinai non diventerà terreno di operazioni incontrollate; dall’altro si accredita come potenza regionale capace di proteggere i propri confini e di non farsi trascinare in conflitti che non considera vitali. Questo approccio “low profile” ma fermo si inserisce nella tradizione egiziana di attore bilanciatore, che media tra Israele, Gaza e le potenze del Golfo ma che, all’occorrenza, mostra i muscoli.
L’accordo con la Cina non è solo militare ma anche industriale: include trasferimenti di tecnologia e potenziali programmi di produzione locale, elementi che rafforzano l’industria della difesa egiziana e generano valore interno. In una fase in cui l’economia egiziana è sotto pressione per il debito estero e per l’inflazione, la possibilità di internalizzare parte della filiera militare è un vantaggio strategico ed economico.
Il dispiegamento degli HQ-9B rappresenta un esempio di come l’Egitto riesca a muoversi con cautela ma decisione nello scacchiere mediorientale: rafforza la propria sicurezza, segnala a Israele che il Sinai è sotto controllo, diversifica le partnership militari e apre nuove prospettive industriali. È un’azione che unisce difesa, politica e geoeconomia, confermando il ruolo del Cairo come perno della stabilità regionale.












