di Giuseppe Gagliano

La firma dell’accordo di cooperazione nel settore della difesa tra Italia ed Emirati Arabi Uniti, avvenuta a Roma il 24 febbraio 2025, non è un atto tecnico né una formalità diplomatica. È la formalizzazione di una scelta politica. La decisione del Consiglio dei Ministri di avviare l’iter di ratifica parlamentare conferma che quell’intesa non è rimasta lettera morta, ma viene assunta come parte integrante della proiezione strategica italiana nel Mediterraneo allargato e nel Golfo.

Il messaggio è chiaro: Roma e Abu Dhabi non parlano più solo di affari, ma di sicurezza, e lo fanno dentro una cornice giuridica stabile, pensata per durare.

L’accordo disegna un perimetro ampio. Scambi di delegazioni, formazione militare, esercitazioni congiunte, cooperazione industriale, ricerca scientifica, trasferimento tecnologico, supporto logistico. Preso singolarmente, ogni punto potrebbe sembrare ordinario. Letti insieme, definiscono un salto di qualità: la volontà di integrare dottrine, apparati e interessi industriali.

L’istituzione di un Comitato congiunto incaricato di definire programmi annuali e monitorarne l’attuazione è il dettaglio che conta davvero. Significa sottrarre la cooperazione alla contingenza politica e inserirla in un meccanismo permanente, regolato dai principi di reciprocità, sovranità e rispetto degli impegni internazionali. In altre parole, rendere l’intesa meno reversibile.

Questo accordo non nasce nel vuoto. Si innesta in una relazione economica già molto densa, rafforzata nel 2025 dall’annuncio di investimenti emiratini in Italia per decine di miliardi di dollari in energia, infrastrutture e tecnologia. La difesa diventa così una leva geoeconomica: rafforza la fiducia politica e, allo stesso tempo, crea le condizioni per una cooperazione industriale ad alto valore aggiunto.

Non è un caso che, pochi mesi dopo, il gruppo italiano Leonardo abbia annunciato una joint venture con un’azienda della difesa emiratina. Qui il confine tra politica estera, industria e sicurezza si assottiglia fino quasi a scomparire. È il modello contemporaneo delle partnership strategiche: l’alleanza si misura in catene di fornitura, programmi comuni e interoperabilità industriale.

Dal punto di vista geopolitico, l’intesa dice molto anche sull’Italia. Roma accetta di giocare una partita più esplicita nel Golfo, non come semplice fornitore o investitore occasionale, ma come partner di sicurezza. È una scelta che comporta vantaggi e vincoli: accesso a mercati e capitali, ma anche esposizione a un’area instabile, attraversata da rivalità profonde.

Per gli Emirati, il calcolo è speculare. Diversificare i partner europei, rafforzare legami con un Paese industrialmente avanzato e politicamente affidabile, riducendo la dipendenza da un unico ombrello strategico. La cooperazione con l’Italia si inserisce in una strategia più ampia di Abu Dhabi: costruire una rete di alleanze funzionali, fondate su interessi concreti più che su affinità ideologiche.

Ora la parola passa al Parlamento italiano. La ratifica non è un passaggio scontato, ma il vero banco di prova della volontà politica di sostenere nel tempo questa scelta. Perché accordi di questo tipo contano meno per ciò che promettono e più per ciò che producono: programmi comuni, interoperabilità reale, ricadute industriali misurabili.

In definitiva, l’accordo Italia–Emirati sulla difesa non è un episodio isolato, ma un tassello di una strategia più ampia. La sicurezza diventa linguaggio comune, l’industria ne è il vettore, la geopolitica il contesto. In un mondo frammentato, Roma e Abu Dhabi scelgono di legarsi non con dichiarazioni solenni, ma con meccanismi che rendono la separazione costosa. È così che oggi si costruiscono le alleanze che contano.