di Saber Yakoubi –
Diversi oppositori politici al regime di Ben Alì e persino a quello di Bourghiba sono rimasti per anni in esilio o comunque lontano dalla Tunisia; fra di loro Manar Skandrani, esponente del partito Ennahda e già consigliere del ministro dell’Interno tunisino Jebali: Skandrani ha costruito un’importante ricchezza economica sulla produzione della carne per Kebab ed ha operato sia in Germania che, grazie al supporto dell’amico sindacalista e deputato Vicente Paulo da Silva, in Brasile, dove aveva acquisito una scuola per piloti.
Skandrani è stato a lungo sotto osservazione dell’Interpol per il sospetto di terrorismo internazionale ed anche arrestato per aver introdotto nel paese latino-ameicano una somma, a dire il vero contenuta (14mila euro), di denaro; tuttavia si è sempre detto estraneo ad al-Qaeda e ben distante dal terrorismo islamico.
Notizie Geopolitiche lo ha intervistato per chiedergli il parere sulla situazione Tunisia attuale.
– Come vede l’impostazione di Ali Laarayedh, già ministro dell’Interno ed ora alla guida del nuovo governo, sulle priorità e non sui programmi?
“Il problema della Tunisia è prettamente di carattere politico: vi sono infatti sempre meno proteste e meno scontri e negli ultimi mesi abbiamo avuto 570mila turisti.
Quindi il punto critico non è in modo primario l’aspetto economico o sociale, bensì politico.
L’Assemblea costituzionale deve mettere le cose in chiaro con il governo, indicando data delle elezioni e chiusura delle varie commissioni; solo con uno scadenziario preciso è possibile per il governo lavorare e guidare il paese in modo sereno”.
– Jebali aveva preteso un governo tecnico minacciando in caso contrario le proprie dimissioni, che poi ci sono state. Ennahda ha preferito sacrificare il proprio Segretario generale e quindi di non dare addito ad un governo di tecnici: è venuta alla luce una lacerazione interna al partito?
“Hammadi Jebali è un uomo di Stato e la sua proposta era ciò di cui aveva bisogno lo Stato. Ennahda, tuttavia, non aveva compreso che Jebali non fosse più un uomo proprio, ma un uomo dello Stato. La Tunisia ha vissuto in sessant’anni due regimi che hanno portato ad un sostanziale monocolore con l’identificazione del partito stesso con lo Stato e viceversa, ma oggi è venuto il momento di liberarci di questo modo di concepire la politica”.
– Lei spesso si è trovato sottoposto a critiche da parte di suoi compagni di partito ed è stato latore di osservazioni: cosa ha sbagliato Ennahda?
“Parlare di errori sarebbe poco corretto. Il paese ha vissuto la sete ideologica di una politica educativa ed in grado di aiutare il cittadino ad assorbire questo cambiamento; noi abbiamo voluto dare ossigeno, portare la libertà. Ma poi il flusso di ossigeno ci ha travolti e siamo precipitati in un meccanismo frenetico, anche perché c’è bisogno di riforme in tutti i settori, c’è tutto da rifare. Ad esempio, ci chiediamo se il tunisino è arabo oppure no, e non è una questione da poco. Di certo avevamo sperato che il movimento islamico fosse esterno al governo, che, benché avesse la maggioranza, si mantenesse nell’opposizione”.
– Se fosse un oppositore di Ennahda, cosa metterebbe in discussione?
“Nulla. Perché la Tunisia politicamente è un deserto. È difficile trovare l’acqua nel deserto, in Tunisia invece è difficile trovare la politica. Siamo caduti nella trappola dell’Assemblea costituzionale, deputati senza esperienza, senza visione, senza orizzonti e sconosciuti al popolo. Sono fattori che hanno allargato le ferite che invece dovevano essere curate”.
– Tuttavia i giovani che hanno ribaltato il regime di Ben Ali non esitano di salire su un barcone diretto in Italia, oppure si aggregano ai conflitti del Mali o della Siria…
“Per prima cosa dobbiamo chiederci se c’è stata veramente una rivoluzione in Tunisia… molti neppure vogliono porsi questa domanda, nonostante una rivoluzione richieda una base e delle tappe. Oltre a cacciare Ben Alì, cosa abbiamo fatto?”
– Quale termine sostituisce il termine “rivoluzione”?
“Non esiste”.
– Cos’è successo quindi in Tunisia?
“Abbiamo fatto una cosa nuova che non era mai stata fatta da nessun altra parte al mondo: sono stati usati mezzi come i Socialnetwork, al-Jazeera che non è un’emittente tunisina ed ancora il popolo in piazza che non sapeva come sarebbe andata a finire; Ben Alì non era scappato, voleva solo partire per poi tornare, mentre altri volevano per lui un viaggio di sola andata”.
– Cosa dice ai giovani che oggi si arruolano nei diversi conflitti?
“I combattenti tunisini ci sono sempre stati in tutti i conflitti, dall’Afghanistan nella lotta contro i russi, alla Bosnia, all’Iraq, al Mali ed alla Siria. Ci sono forze politiche che vorrebbero addossare ad Ennahda la responsabilità dei giovani che partono oggi… ma è proprio ai giovani che dico di liberarsi degli scheletri nell’armadio e di comprendere che il mondo è cambiato, che non vale la pena affidarsi alle lotte come se fossimo negli Anni Settanta. E’ necessaria una visione di cambiamento priva di ogni fanatismo, dove la libertà di pensiero è un diritto garantito a tutti, senza che vi siano colpi bassi fatti nell’interesse di altri paesi”.

