di Giuseppe Gagliano –

Con 93 voti favorevoli su 101 il Parlamento estone ha deciso di riscrivere una parte sostanziale del proprio patto democratico: i cittadini di Paesi terzi non potranno più votare alle elezioni locali. Un diritto che era stato garantito fin dalla fine dell’Unione Sovietica, nel 1991, e che oggi viene brutalmente revocato. Dietro l’applauso dei deputati, si cela un atto di ingegneria politica profonda, ispirata più da paura e ideologia che da esigenze reali di sicurezza.

Il primo ministro Kristen Michal ha festeggiato la misura parlando di “vittoria per tutti”. Ma a perdere oggi sono almeno 80mila cittadini russi residenti in Estonia, oltre a decine di migliaia di apolidi, molti dei quali nati e cresciuti nel Paese. Sono famiglie che hanno visto l’Estonia evolversi da Stato post-sovietico a membro dell’UE e della NATO, ma che ora si trovano di fatto escluse dalla sfera civica, ridotte a presenze tollerate.

La decisione del parlamento estone è una risposta dichiarata all’invasione russa dell’Ucraina. Ma è anche una ferita simbolica. Una parte consistente della popolazione estone, in particolare nella città russofona di Narva, ha legami culturali, linguistici e spesso familiari con Mosca. Tuttavia, per molti di loro, la cittadinanza russa è solo un’eredità burocratica. Alcuni hanno vissuto in Estonia per tutta la vita, pagano le tasse, parlano estone, lavorano e crescono figli nel Paese. Eppure oggi sono ritenuti “non affidabili”.

È un principio pericoloso: punire l’identità in base al passaporto. In nome della “sicurezza nazionale”, l’Estonia compie un atto di esclusione strutturale. L’espressione usata dal premier, “le decisioni locali non saranno prese da cittadini degli Stati aggressori”, non lascia spazio a dubbi: essere cittadini russi, a prescindere da tutto, è di per sé una colpa politica.

Il caso estone non è isolato. Negli ultimi anni i Paesi baltici hanno accelerato la rimozione dei monumenti sovietici, bandito media russi, escluso partiti filorussi e alzato il tono contro la minoranza russofona. Tutto questo mentre Mosca etichetta queste misure come “pulizia etnica culturale”. Un’accusa pesante, certo, ma che non può essere semplicemente liquidata come propaganda.

La guerra in Ucraina ha innescato un processo di ridefinizione dell’identità nazionale estone. Un processo che, sotto la pressione dell’Occidente e della NATO, rischia però di trasformare la legittima esigenza di sicurezza in una deriva nazionalista e revanscista. Così, l’Estonia da democrazia resiliente si trasforma in Stato selettivo, dove i diritti non sono universali ma condizionati all’appartenenza geopolitica.

Il dato più inquietante è che tutto ciò avviene all’interno dell’Unione Europea. Nessuna voce significativa si è levata da Bruxelles contro questa esclusione di massa. Eppure si tratta della soppressione di un diritto politico a una minoranza radicata, all’interno di uno Stato membro. Se un provvedimento simile fosse stato adottato, ad esempio, in Ungheria o in Polonia, contro cittadini ucraini o rom, probabilmente si sarebbe gridato allo scandalo.

Ma l’Estonia, oggi, gode di una sorta di impunità morale: come prima linea del fronte anti-russo, ha ottenuto licenza di agire. Anche se questo significa violare i principi europei che parlano di inclusione, pluralismo e diritti delle minoranze.

La revoca del diritto di voto si inserisce in un contesto più ampio. Estonia, Svezia, e altri Paesi nordici stanno portando la spesa militare ai massimi storici, tra il 3% e il 5% del PIL. È una militarizzazione a freddo, che prende corpo in un’Europa sempre più frammentata, dove l’atlantismo sta diventando una forma di ortodossia politica. Chi non si allinea è sospetto. Chi è culturalmente vicino alla Russia è nemico. E i diritti diventano accessori, non più fondamentali.

È una NATO non solo militare, ma anche culturale: un blocco ideologico dove la fedeltà geopolitica pesa più dell’appartenenza civica. Un’Europa della sicurezza, che rischia però di dimenticare i suoi stessi fondamenti giuridici.

L’Estonia ha scelto la strada della sicurezza identitaria. Ma la storia insegna che le democrazie diventano fragili non solo quando sono minacciate dall’esterno, ma quando iniziano a negare diritti in nome di paure interne. La decisione del Parlamento estone non è solo una misura tecnica. È un precedente. E, come tutti i precedenti, ci dice più di quanto vorremmo sapere sul futuro che si sta costruendo.