di Giuseppe Gagliano –
L’annuncio di Tallinn di acquistare altri sei sistemi HIMARS non è soltanto un aggiornamento tecnico dell’arsenale. È il segnale più chiaro di come il Baltico sia ormai il punto di pressione strategica dell’intera NATO. L’Estonia, con i suoi confini cortissimi e la memoria ancora vivissima della dominazione sovietica, vive la minaccia russa non come un’astrazione geopolitica ma come un rischio quotidiano. E mentre l’Alleanza continua a discutere su budget e priorità, i Paesi più esposti non possono permettersi attese.
Gli HIMARS non si comprano come un’auto in concessionaria. Servono l’autorizzazione del Dipartimento di Stato, il via libera del Pentagono, e la firma finale del Presidente. Tutto questo dice una cosa molto semplice: l’Europa continua a parlare di autonomia strategica, ma è Washington a decidere quali capacità critiche possano essere trasferite e a chi. L’amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca, ha chiarito che il suo sostegno sarà più selettivo e meno automatico. E i Paesi europei stanno correndo ai ripari: chi è sul fronte — Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia — accelera come può, consapevole che la finestra per rafforzarsi potrebbe richiudersi.
L’HIMARS è un sistema che costa, consuma risorse e richiede manutenzione avanzata, ma offre un vantaggio essenziale: la capacità di colpire in profondità. Per Paesi di piccole dimensioni, con eserciti ridotti e margini limitati, è un “moltiplicatore di forza”. Gli Stati baltici, che non possono sostenere produzioni industriali di larga scala, acquistano sul mercato americano non solo una piattaforma militare, ma un’assicurazione geopolitica: più armi americane hai sul tuo territorio, più alta è la probabilità che gli Stati Uniti prendano sul serio la tua difesa.
Le analisi d’intelligence occidentali lo ripetono da anni: se Mosca decidesse di colpire la NATO, partirebbe dal Baltico. Non per ragioni ideologiche, ma operative. La distanza tra forze russe e capitali baltiche si misura in minuti, non in ore. I Paesi baltici non possono reggere un conflitto convenzionale prolungato, ma possono rendere il prezzo politico e militare insostenibile. Ed è qui che entrano in gioco gli HIMARS, soprattutto con i missili a gittata fino a 320 km che Kiev ha già utilizzato con efficacia. Se Tallinn potrà colpire basi, centri logistici e posti di comando oltre confine, l’invasione non sarebbe più un colpo di mano, ma un rischio strategico.
L’artiglieria a lungo raggio è stata la vera sorpresa della guerra ucraina. Ha permesso a Kiev di disarticolare retrovie, convogli, radar, depositi munizioni e sistemi di guerra elettronica russi. I baltici hanno studiato tutto questo, e hanno tratto una lezione semplice: senza capacità di interdizione a distanza, si è destinati a perdere. L’Estonia, che ha già un primo lotto di HIMARS, punta ora a colmare definitivamente il proprio “vuoto di capacità”, come ha ammesso il ministro Tsahkna.
Finlandia e Svezia nella NATO, Polonia che accelera sul riarmo, Germania che presenta un nuovo carro armato, Estonia che compra HIMARS: tutti segnali della stessa trasformazione. L’Europa del Nord non ragiona più in termini diplomatici, ma in termini di deterrenza dura. È l’effetto combinato della guerra in Ucraina e della nuova postura americana. E i baltici sanno che le decisioni che prendono oggi determineranno la loro sopravvivenza nei prossimi vent’anni.
In questo quadro, l’acquisto di sei HIMARS non è un dettaglio tecnico. È il tassello di un nuovo equilibrio strategico che si consolida sul fianco orientale della NATO, dove la sicurezza non è un principio, ma un’urgenza quotidiana.




