Etiopia. Droni e accuse incrociate con il Sudan: la crisi che minaccia la stabilità regionale

di Giuseppe Gagliano

La tensione tra Sudan ed Etiopia segna una nuova escalation nel Corno d’Africa e conferma come la guerra civile sudanese stia ormai travolgendo gli equilibri dell’intera regione. Accuse reciproche, attacchi con droni, milizie transfrontaliere e rivalità geopolitiche stanno trasformando il conflitto in una crisi regionale sempre più difficile da contenere.
Khartoum accusa Addis Abeba di aver consentito l’utilizzo del proprio territorio per lanciare attacchi con droni contro obiettivi sudanesi, incluso l’aeroporto internazionale della capitale. L’Etiopia respinge le accuse e contrattacca, sostenendo che le Forze Armate Sudanesi abbiano sostenuto e finanziato elementi legati al Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray, favorendo incursioni lungo il confine occidentale etiope.
Lo scontro diplomatico riflette una realtà ormai evidente: la guerra sudanese non è più confinata entro i propri confini nazionali. Il conflitto coinvolge attori regionali, reti armate e interessi strategici che si estendono dal Mar Rosso al Corno d’Africa.
Dal 15 aprile 2023 il Sudan è precipitato nella guerra tra le Forze Armate Sudanesi guidate dal generale Abdel Fattah al Burhan e le Forze di Supporto Rapido di Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti. Alla base dello scontro vi è il fallimento della transizione civile e la competizione tra apparati militari che avrebbero dovuto integrarsi dopo la caduta del regime di Omar al Bashir.
La riconquista di Khartoum da parte dell’esercito sudanese nel marzo 2025 ha rappresentato una vittoria simbolica per le SAF, ma non ha posto fine alla guerra. Il governo ha ripreso gradualmente il controllo della capitale dopo il trasferimento a Port Sudan, mentre il Paese resta frammentato tra milizie, gruppi tribali, traffici d’armi e influenze straniere.
L’utilizzo dei droni ha inoltre modificato profondamente la natura del conflitto. Le operazioni non si limitano più a scontri convenzionali tra fanteria e mezzi armati, ma comprendono attacchi a distanza contro infrastrutture strategiche, aeroporti e basi logistiche. Una guerra ibrida che permette agli attori coinvolti di colpire senza rivendicare apertamente le operazioni.
Al centro delle tensioni emerge anche il ruolo degli Emirati Arabi Uniti. Secondo Khartoum, uno dei droni abbattuti sarebbe riconducibile ad Abu Dhabi e sarebbe stato utilizzato dal territorio etiope. Gli Emirati negano ogni coinvolgimento diretto, ma da tempo sono sospettati di sostenere le Forze di Supporto Rapido.
Per Abu Dhabi il Sudan rappresenta un nodo strategico fondamentale per il controllo del Mar Rosso, delle rotte commerciali, dei porti e delle risorse naturali. Oro, agricoltura, infrastrutture e collegamenti logistici rendono il Paese una piattaforma decisiva per la proiezione economica e geopolitica verso l’Africa orientale.
In questo contesto anche l’Etiopia si trova in una posizione estremamente vulnerabile. Addis Abeba, priva di accesso diretto al mare, considera vitale la sicurezza dei corridoi commerciali e dei collegamenti portuali. Un deterioramento simultaneo dei rapporti con Sudan ed Eritrea rischierebbe di isolare ulteriormente il Paese.
La questione del Tigray resta infatti uno dei principali fattori di instabilità. La guerra combattuta tra il 2020 e il 2022 ha lasciato profonde fratture politiche e militari, nonostante l’accordo di Pretoria. Il recente annuncio del TPLF sul ripristino della propria amministrazione regionale prebellica è stato interpretato da Addis Abeba come un possibile preludio a una nuova fase di tensione armata.
L’accusa rivolta al Sudan di sostenere combattenti tigrini viene considerata dal governo etiope particolarmente grave, perché suggerisce che il conflitto sudanese stia alimentando la riapertura del fronte settentrionale etiope.
A complicare ulteriormente il quadro vi è il deterioramento dei rapporti con l’Eritrea. L’accordo di pace del 2018 tra Addis Abeba e Asmara aveva fatto sperare in una stabilizzazione dell’area, ma la guerra del Tigray ha riacceso diffidenze e rivalità storiche. Le forze eritree, intervenute al fianco dell’esercito etiope contro il TPLF, non si sono mai completamente ritirate dalle aree contese.
Oggi l’Etiopia accusa l’Eritrea di sostenere gruppi armati ostili all’interno del proprio territorio, mentre Asmara respinge ogni addebito. Il risultato è un sistema regionale sempre più fragile, nel quale ogni crisi alimenta quella successiva.
Dal punto di vista strategico, il Corno d’Africa si sta trasformando in uno dei principali teatri di competizione geopolitica internazionale. Mar Rosso, accesso all’Oceano Indiano, rotte energetiche, porti e basi militari rendono la regione cruciale per gli equilibri tra Africa e Medio Oriente.
Il rischio maggiore non appare quello di una guerra dichiarata tra Etiopia e Sudan, ma quello di un conflitto regionale non ufficiale combattuto attraverso droni, milizie, finanziamenti esterni e operazioni clandestine. Una guerra difficile da attribuire formalmente e quindi ancora più complessa da fermare.
In questo scenario il Corno d’Africa entra in una fase di instabilità strutturale, dove Sudan, Etiopia, Eritrea e gli attori esterni finiscono per alimentare un sistema di crisi interconnesse. Basta un attacco con drone, un’incursione di frontiera o una nuova accusa diplomatica per trasformare una tensione locale in una crisi regionale di ampia portata.