di Giuseppe Gagliano

Le Filippine e la Cina hanno concluso il decimo ciclo di colloqui bilaterali per affrontare le dispute nel Mar Cinese Meridionale, una regione che rimane uno dei principali punti caldi della geopolitica asiatica. Nonostante i tentativi di dialogo, le tensioni persistono, alimentate da interessi contrapposti, rivalità storiche e alleanze strategiche che rendono ogni passo verso una soluzione più un gioco di equilibrismo che un autentico progresso diplomatico.

Il meccanismo di consultazione tra Filippine e Cina, istituito per gestire le dispute marittime, ha prodotto, almeno formalmente, alcuni risultati positivi. Entrambi i Paesi hanno concordato sulla necessità di rafforzare la cooperazione nella ricerca scientifica marina e di migliorare il coordinamento tra le rispettive Guardie Costiere. Tuttavia, dietro questi segnali di collaborazione si celano profonde divergenze.

Da un lato Manila ha espresso “seria preoccupazione” per la presenza prolungata delle navi della Guardia Costiera cinese all’interno della propria zona economica esclusiva (ZEE). Dall’altro Pechino ha accusato le Filippine di “provocazioni marittime” e di aver esagerato l’entità delle dispute territoriali, continuando a rivendicare quasi l’intera area sulla base di mappe storiche che la comunità internazionale ha più volte definito prive di fondamento legale.

Nonostante le divergenze, la sottosegretaria agli Esteri filippina, Theresa Lazaro, ha dichiarato che esiste “uno spazio autentico per una cooperazione pragmatica”. La Cina, dal canto suo, ha ribadito la volontà di risolvere i contrasti attraverso il dialogo diretto. Ma la realtà è che le due nazioni continuano a muoversi su binari paralleli, incapaci di convergere verso una soluzione concreta.

Il Mar Cinese Meridionale è molto più di una disputa bilaterale tra Filippine e Cina. Si tratta di una delle aree più contese al mondo, con oltre tre trilioni di dollari di traffico commerciale che attraversano queste acque ogni anno. Le rivendicazioni cinesi, che si sovrappongono alle ZEE di diversi Paesi del Sud-Est asiatico – tra cui Brunei, Malesia, Vietnam e Indonesia – rappresentano una sfida non solo per i vicini regionali, ma anche per il diritto internazionale.

La sentenza del 2016 della Corte permanente di arbitrato dell’Aia, che ha dichiarato illegittime le rivendicazioni cinesi, non ha impedito a Pechino di consolidare la propria presenza nella regione. Attraverso la costruzione di isole artificiali e l’installazione di infrastrutture militari, la Cina ha di fatto trasformato il Mar Cinese Meridionale in una zona di tensione permanente.

In questo contesto, il ruolo degli attori esterni – come Stati Uniti e Giappone – diventa cruciale. Durante un recente incontro virtuale, il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr., il primo ministro giapponese Shigeru Ishiba e il presidente uscente degli Stati Uniti, Joe Biden, hanno riaffermato il proprio impegno nella cooperazione trilaterale per promuovere stabilità e sicurezza nella regione. Questa alleanza mira a contrastare le “azioni pericolose e illegali” della Cina, con un’attenzione particolare alla protezione della libertà di navigazione e al rispetto del diritto internazionale.

Sebbene i colloqui bilaterali tra Filippine e Cina rappresentino un passo nella giusta direzione, le prospettive di una risoluzione delle dispute rimangono incerte. La volontà cinese di mantenere una posizione dominante nel Mar Cinese Meridionale si scontra con la crescente determinazione delle Filippine di rafforzare i propri legami con partner strategici come Stati Uniti e Giappone.

In questo scenario il cambio di leadership a Washington potrebbe giocare un ruolo determinante. Durante la recente videoconferenza trilaterale, Biden ha espresso ottimismo sul fatto che il presidente eletto, Donald Trump, continuerà a sostenere l’impegno congiunto nella regione Indo-Pacifica. Tuttavia, resta da vedere se questa cooperazione sarà sufficiente a bilanciare l’influenza cinese e a prevenire un’ulteriore escalation delle tensioni.

Il Mar Cinese Meridionale rimane una delle aree più strategiche e controverse del panorama geopolitico globale. La posta in gioco non riguarda solo le rivendicazioni territoriali, ma anche il controllo di rotte commerciali cruciali e l’equilibrio di potere nell’Indo-Pacifico.

Filippine e Cina, pur dialogando, restano distanti su molte questioni fondamentali. La pressione degli alleati occidentali e il rafforzamento delle relazioni trilaterali con Giappone e Stati Uniti rappresentano per Manila una strategia necessaria per contenere l’influenza di Pechino. Tuttavia, il rischio di una militarizzazione ulteriore della regione e di un deterioramento delle relazioni bilaterali è tutt’altro che scongiurato.

In un mondo sempre più multipolare il Mar Cinese Meridionale si conferma non solo un teatro di rivalità locali, ma anche uno specchio delle tensioni globali, dove la diplomazia continua a essere l’unico mezzo per evitare che le acque si trasformino in un campo di battaglia.