di Giuseppe Gagliano –
Quando Manila parla di “raffreddare” i rapporti con Pechino, non sta facendo poesia. Sta tentando una manovra di sicurezza. Le tensioni nel Mar Cinese Meridionale hanno raggiunto negli ultimi anni un livello tale da rendere ogni incidente potenzialmente esplosivo. L’ambasciatore filippino negli Stati Uniti, José Manuel Romualdez, sceglie quindi una formula che serve a due scopi: abbassare il rumore della polemica e riaprire un canale di cooperazione economica, senza rinunciare alla linea sulle acque contese.
L’idea è isolare la disputa marittima dal resto della relazione bilaterale. Non è semplice, perché proprio il mare è la leva con cui Pechino esercita pressione e con cui Manila costruisce consenso interno e sostegno esterno.
Gli episodi degli ultimi anni, con accuse filippine di manovre pericolose, cannoni ad acqua, interferenze nelle missioni di rifornimento dentro la zona economica esclusiva, descrivono un conflitto a bassa intensità ma ad alta frequenza. La Cina rovescia la narrazione e accusa le Filippine di violazioni in quello che considera proprio territorio. È il classico scontro tra diritto e potenza: Manila insiste sul quadro legale, Pechino sul controllo effettivo.
In questo contesto, le schermaglie verbali tra ambasciata cinese e funzionari filippini non sono solo comunicati stampa. Sono parte della pressione psicologica e diplomatica che accompagna le manovre in mare.
La variabile nuova è politica: quest’anno le Filippine presiedono l’ASEAN. Questo dà a Manila una responsabilità e una leva. Romualdez collega apertamente il raffreddamento con la necessità di coinvolgere la Cina in modo “significativo” nella chiusura del Codice di condotta nel Mar Cinese Meridionale, discusso da oltre vent’anni e sempre rinviato. In sostanza, Manila prova a trasformare la presidenza ASEAN in un moltiplicatore diplomatico: meno incidenti, più spazio per negoziare regole.
Ma qui si vede il punto delicato. Le Filippine vogliono che il Codice faccia esplicito riferimento alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Per Manila è la garanzia di un quadro giuridico. Per Pechino è un vincolo scomodo, perché la Cina preferisce accordi politici flessibili e interpretazioni che non restringano la sua libertà d’azione.
Il comunicato del Comando del Teatro Meridionale cinese, che accusa Manila di coinvolgere Paesi esterni e di condurre pattugliamenti aerei bilaterali, è il segnale che Pechino non intende lasciare il controllo dell’agenda. Le pattuglie navali e aeree dal 2 al 6 febbraio e la promessa di rimanere in stato di massima allerta indicano che la Cina considera la presenza esterna, soprattutto americana, come parte del problema.
Per le Filippine, invece, la cooperazione con partner esterni è una polizza assicurativa. Non per vincere una guerra, ma per alzare il costo politico di un’azione coercitiva cinese. È deterrenza asimmetrica: non blocco navale, ma diplomazia, alleanze, visibilità internazionale.
Il punto economico è la valvola di sfogo. Manila sa che un conflitto permanente danneggia investimenti, turismo, catene del valore e accesso ai mercati. La Cina resta un partner commerciale enorme per tutta l’Asia sudorientale, Filippine incluse. E Pechino sa che offrire cooperazione economica può dividere i fronti e rendere più gestibile la pressione marittima.
Il rischio, però, è che l’economia diventi il prezzo della calma: investimenti in cambio di silenzio sulle provocazioni. È qui che Manila deve camminare sul filo, cercando cooperazione senza trasformarla in dipendenza politica.
La mossa filippina è un tentativo di tenere insieme tre livelli che spesso si contraddicono: difendere la sovranità marittima, evitare l’escalation, non chiudere la porta al commercio. In più c’è la cornice ASEAN, dove la coesione è fragile e dove la Cina ha sempre lavorato per preferire negoziati bilaterali invece di un fronte regionale compatto.
Se Manila riuscisse davvero a far avanzare il Codice di condotta entro l’anno, otterrebbe un risultato politico enorme. Ma perché accada, la Cina dovrebbe accettare regole più chiare, e non è affatto scontato.
Il “raffreddamento” evocato da Romualdez non è distensione, è gestione del rischio. Le Filippine cercano un equilibrio: abbassare la temperatura senza perdere terreno, usare l’ASEAN come leva, mantenere la cornice del diritto internazionale, e intanto aprire spazi economici per rendere sostenibile la strategia nel tempo. Pechino, dal canto suo, manda il messaggio opposto: cooperazione possibile, ma a condizione che il controllo del mare e dell’agenda resti in mano cinese. In mezzo c’è il futuro del Mar Cinese Meridionale, dove ogni parola diplomatica pesa quanto una manovra navale.




