di Giuseppe Gagliano –
C’è un paradosso che attraversa il nostro tempo e che l’attualità iraniana rende impossibile ignorare. In Iran, donne e giovani scendono in piazza sapendo che la protesta può costare la vita. In Francia, cuore storico della laicità europea, una parte crescente della gioventù musulmana guarda alla legge religiosa come a un possibile riferimento superiore alla legge repubblicana. Due mondi, due esperienze opposte della stessa parola: charia.
È da questo cortocircuito che prende le mosse l’analisi di Marianna Rocher, pubblicata su The Times of Israel, che mette a confronto la violenza reale del potere islamista in Iran e l’astrazione ideologica con cui lo stesso impianto normativo viene talvolta percepito in Europa. Non si tratta di un confronto polemico, ma di una riflessione politica nel senso più pieno del termine: sul rapporto tra legge, sovranità e libertà.
In Iran la legge religiosa non è un concetto teorico. È un apparato coercitivo che controlla i corpi, limita i comportamenti, punisce la disobbedienza. L’uccisione di Mahsa Amini nel 2022 ha rappresentato uno spartiacque simbolico, ma non un’eccezione. Le proteste che ciclicamente riemergono, e che alla fine del 2025 hanno conosciuto una nuova e violenta escalation, mostrano un Paese in cui la contestazione non chiede più soltanto correttivi, ma mette in discussione la legittimità stessa del potere religioso. Le donne che bruciano il velo o marciano a capo scoperto non rivendicano un diritto culturale: rivendicano l’uscita da un sistema di dominio.
Il quadro francese, osservato in controluce, appare inquietante proprio per contrasto. I dati citati nell’articolo di Rocher, basati su rilevazioni IFOP, indicano una frattura generazionale profonda: tra i giovani musulmani cresce l’idea che la legge islamica debba prevalere su quella della Repubblica. Non è un fenomeno uniforme né totalizzante, ma è sufficiente a porre una questione di fondo. Quando una parte dei cittadini considera legittima una fonte normativa alternativa e superiore alla legge comune, il problema non è più l’integrazione, ma la sovranità.
Qui entra in gioco la laicità, spesso fraintesa come semplice neutralità dello Stato. In realtà, la laicità è una scelta politica forte: afferma che la legge civile è l’unico terreno condiviso su cui possono convivere fedi, culture e identità diverse. Non nega il fatto religioso, ma nega che esso possa tradursi in potere normativo autonomo. È esattamente ciò che manca in Iran, ed è ciò che rischia di essere eroso in Europa da una lettura indulgente del multiculturalismo.
L’articolo pubblicato sul Times of Israel richiama anche un elemento spesso rimosso dal dibattito occidentale: alcuni Paesi musulmani, come gli Emirati Arabi Uniti, adottano politiche molto più rigide di quelle europee contro l’islamismo politico. Non per zelo ideologico, ma per calcolo di stabilità. Questo dato incrina l’idea che ogni critica all’islamismo sia necessariamente “occidentale” o “coloniale”. Al contrario, mostra come la distinzione tra fede e potere sia una questione universale.
Il messaggio che arriva dall’Iran è brutale nella sua semplicità. La legge religiosa, quando diventa Stato, non emancipa: disciplina. Non protegge: seleziona e punisce. Ignorare questa realtà, o trattarla come un dettaglio culturale, significa tradire sia i principi repubblicani europei sia il sacrificio di chi, a Teheran o a Shiraz, rischia tutto per liberarsene. È questo il cuore del paradosso: ciò da cui alcuni combattono per fuggire viene altrove idealizzato. E la storia insegna che queste asimmetrie, prima o poi, presentano il conto.




