di Giuseppe Gagliano –
Da più di due anni l’Europa ripete di voler ridurre ogni legame energetico con Mosca. Ma dietro le dichiarazioni solenni, la realtà procede con altri ritmi. La Francia, che figura tra le più rigorose sostenitrici delle sanzioni, continua in realtà a inviare in Russia parte del proprio uranio di ritrattamento. A Dunkerque, gli attivisti di Greenpeace hanno osservato il carico di container diretti al cargo Mikhail Dudin, nave già impiegata nel traffico nucleare tra EDF e Rosatom. La sua ricomparsa indica che i trasferimenti, ufficialmente sospesi dal 2022, sono ripresi senza clamore.
La cooperazione franco-russa nel ciclo del combustibile non nasce oggi. Risale agli anni Settanta, quando la Francia, pur essendo un gigante del ritrattamento, esternalizzava alla Russia una parte del lavoro più energivoro e meno redditizio. Il meccanismo è sempre lo stesso: EDF spedisce in Siberia uranio impoverito o di ritrattamento, Mosca lo converte e lo arricchisce, poi Parigi lo riacquista per alimentare centrali come quella di Cruas. Finché la geopolitica è rimasta stabile, l’ingranaggio ha funzionato.
Con l’invasione dell’Ucraina, però, tutto è cambiato. O almeno così sembrava. Il ciclo è stato formalmente sospeso, ma non sono mai state create alternative credibili. E così i trasferimenti tornano, spinti più dalla necessità che dalla volontà politica.
La Commissione europea ammette che il 23 percento delle capacità di conversione dell’uranio dell’intera Unione proviene ancora dalla Russia. In altri segmenti, le percentuali sono persino superiori. La dipendenza strutturale da Mosca è un fatto che la retorica non può cancellare. L’autonomia strategica invocata da Bruxelles richiederebbe investimenti enormi e lunghi anni di lavoro. Invece l’Europa ha preferito rinviare, affidandosi al mercato globale. Oggi scopre che le scorciatoie costano.
Di fronte alle rivelazioni di Greenpeace, EDF e il ministero dell’Economia non commentano. Tacciono perché sanno che il cuore del nucleare francese, vera colonna della sovranità energetica del Paese, dipende ancora dai servizi tecnici di una potenza considerata ostile.
Greenpeace denuncia un commercio “scandaloso”, conferma della distanza tra le posizioni politiche ufficiali e la pratica industriale. La guerra in Ucraina ha reso questa contraddizione più evidente: l’Europa vuole colpire economicamente la Russia, ma non può privarsi in tempi brevi di alcuni prodotti e servizi russi essenziali. Mosca lo sa e usa la leva nucleare per mantenere un canale aperto con i Paesi europei, ben consapevole che nessuno, né negli Stati Uniti né in Cina, può sostituirla completamente nel breve periodo.
Il caso di Dunkerque non è dunque un semplice incidente industriale, ma l’ennesimo segnale che l’autonomia strategica europea rimane largamente teorica.
L’episodio rivela una verità che molti preferiscono ignorare: nel settore energetico i vincoli tecnici non si piegano ai proclami politici. Rinunciare subito ai servizi russi creerebbe ritardi nelle forniture, aumenti dei costi e persino rischi per la sicurezza delle centrali. È una realtà che Parigi conosce bene e che Bruxelles vuole evitare di spiegare troppo apertamente.
Per Mosca questo commercio è la prova che l’Europa distingue tra propaganda e bisogni reali. Per Washington, invece, rappresenta una crepa nell’unità occidentale contro il Cremlino, proprio mentre gli Stati Uniti chiedono agli alleati di ridurre ogni legame con Rosatom, attivo non solo in Europa ma anche in Africa, in Asia centrale e in Medio Oriente.
E per i Paesi emergenti, cioè Nigeria, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo, che osservano attentamente la coerenza occidentale, il caso francese conferma l’impressione di un Occidente severo nel predicare ma pragmatico nel praticare.
L’Europa vuole emanciparsi dalla Russia, ma continua a dipenderne per una delle filiere più strategiche della sua economia. Finché questa contraddizione non sarà superata, i container di uranio continueranno a viaggiare sul filo di una diplomazia che procede nell’ombra, lontano dalle dichiarazioni ufficiali e dagli slogan sulla sovranità energetica.












