di Giuseppe Gagliano –
Nel cuore dell’Europa, nel silenzio ovattato delle istituzioni e dietro le vetrate opache dei ministeri, si consuma una guerra di spie che nulla ha da invidiare a quelle della Guerra Fredda. Questa volta i protagonisti non sono potenze globali, ma due nazioni legate da un passato coloniale mai del tutto elaborato: Francia e Algeria. Il caso dell’impiegato di Air Algérie, accusato dalla DGSI francese di agire per conto dei servizi segreti algerini e a cui è stata negata la cittadinanza francese nel giugno 2025, rappresenta solo l’ultimo episodio di un confronto che da tempo ha abbandonato i canali diplomatici per trasferirsi sul terreno dell’intelligence, della pressione giudiziaria e della ritorsione politica.
L’uomo, formalmente un semplice dipendente della compagnia aerea nazionale algerina, è stato ritenuto coinvolto in attività di raccolta informazioni e monitoraggio discreto della comunità algerina in Francia, in particolare di dissidenti e oppositori del regime di Algeri. Un’accusa pesante, fondata su un rapporto della DGSI, che il tribunale francese ha ritenuto sufficiente per respingere la richiesta di cittadinanza. Non è la prima volta che Air Algérie viene indicata come veicolo operativo del servizio di intelligence esterna algerino: personale con accesso privilegiato, movimenti frequenti tra le capitali, un’istituzione nazionale difficilmente controllabile dall’esterno. Tutti elementi che fanno gola a chi opera nell’ombra.
Ma il caso va ben oltre la vicenda personale. È la spia di una frattura ben più ampia tra Parigi e Algeri. Una frattura che ha preso forma in episodi recenti e sempre più duri: le espulsioni reciproche di diplomatici, l’arresto a Parigi di funzionari algerini accusati di sequestro, la detenzione in Algeria dello scrittore Boualem Sansal, il riconoscimento francese del Sahara Occidentale sotto sovranità marocchina, un colpo durissimo all’equilibrio regionale e all’orgoglio algerino. Tutto questo costruisce un clima di ostilità crescente, dove ogni decisione amministrativa può diventare uno strumento politico.
La Francia ha alzato il livello dello scontro. Sotto la guida del ministro dell’Interno Bruno Retailleau, l’apparato securitario ha adottato una linea dura, redigendo liste nere, imponendo nuove restrizioni all’ingresso dei funzionari algerini, sorvegliando con attenzione le attività consolate e quelle delle comunità della diaspora. La DGSI è passata da un monitoraggio discreto a una strategia attiva di disarticolazione delle reti informali di Algeri in Francia. Una scelta che, se da un lato rivendica la sovranità nazionale, dall’altro espone il Paese a contraccolpi diplomatici e accuse di discriminazione politica.
Per Algeri la posta in gioco è duplice: mantenere il controllo politico sui suoi cittadini all’estero e rispondere con fermezza a quella che percepisce come un’ingerenza francese nei propri affari interni. L’apparato di intelligence algerino, riformato negli ultimi anni ma ancora radicato in logiche verticali e opache, fatica però a operare con efficacia in un ambiente come quello francese, dove l’apparato di controspionaggio è agile, esperto e legittimato da una lunga tradizione di attività antiterrorismo.
Questa sfida incrociata avviene in un contesto globale in cui le potenze medie cercano nuovi spazi di influenza e riconoscimento. La Francia, potenza ex coloniale, guarda al Mediterraneo con lenti strategiche sempre più attente; l’Algeria, in cerca di riscatto internazionale, usa l’intelligence come leva diplomatica. E mentre il braccio di ferro continua, altri attori osservano: India e Cina, per esempio, che si contendono lo spazio orbitale, ma guardano anche alla proiezione terrestre di queste dinamiche. Se Pechino ha legami solidi con Algeri sul piano infrastrutturale e militare, Nuova Delhi potrebbe trovare nella Francia un alleato complementare per rafforzare la propria postura nell’arena internazionale, soprattutto nel campo dell’intelligence e della sicurezza tecnologica.
Il vero nodo però resta uno solo: la guerra invisibile tra spie, avvisi consolari e agenti sotto copertura è lo specchio fedele di una tensione più profonda, fatta di storie non chiuse, di ferite coloniali non rimarginate e di una modernità che affida sempre più spesso alle reti segrete il compito di ridisegnare i rapporti di forza. Quando la cittadinanza di un uomo diventa l’oggetto di un contenzioso tra due Stati, significa che la battaglia non è solo legale. È politica. Ed è appena cominciata.




