di Giuseppe Gagliano –
In Europa, evocare l’ombra lunga dei Fratelli Musulmani non è più un tabù. Dai quartieri popolari francesi alle moschee belghe, dalle associazioni caritative tedesche alle reti educative in Svizzera, la loro presenza è descritta come una “penetrazione silenziosa ma strutturata” da un recente rapporto riservato dei servizi di intelligence francesi.
La pubblicazione di un dossier, commissionato dal ministro dell’Interno Bruno Retailleau, ha scosso Parigi e ha spinto il presidente Emmanuel Macron a convocare d’urgenza il Consiglio di difesa e sicurezza nazionale. Risultato: un pacchetto di misure per prosciugare le fonti di finanziamento del movimento, bloccare le sue attività associative e disarticolare quella che viene definita una rete tentacolare di influenza sociale e politica.
Ma la sfida che l’Europa si trova davanti va ben oltre il caso francese.
Secondo il rapporto francese, la strategia dei Fratelli Musulmani poggia su tre pilastri: reislamizzazione, separatismo e subversione istituzionale. L’obiettivo dichiarato non sarebbe un confronto diretto con le autorità europee, bensì una lenta erosione delle basi repubblicane, attraverso una presenza capillare nelle periferie urbane e un’attività incessante nel settore sociale.
Associazioni culturali, sportive e religiose agiscono come “teste di ponte” per diffondere un islam politico che mescola messaggi caritatevoli a un’agenda ideologica. La loro influenza si estende alle scuole, ai centri giovanili, ai consigli municipali e persino alle ONG impegnate in programmi europei.
Il documento evidenzia il ruolo di Musulmans de France (ex UOIF), considerata la vetrina ufficiale dei Fratelli nell’Esagono, con circa 400 membri “core” e una galassia di simpatizzanti molto più ampia.
I Fratelli Musulmani europei non operano nel vuoto. Secondo il Centro europeo di studi sulla sicurezza, Qatar e Turchia fungono da sponsor finanziari e ideologici, con canali che attraversano fondazioni caritatevoli e istituzioni religiose.
Tra le entità sotto osservazione figurano associazioni come BarakaCity (già chiusa in Francia), gruppi come Sheikh Yassine Collective, e persino ONG sospettate di canalizzare fondi verso scenari di conflitto in Siria e Iraq.
Le autorità francesi hanno promesso una stretta senza precedenti: congelamento dei conti bancari, liquidazione giudiziaria delle fondazioni e un commissario speciale incaricato di vigilare sulla dissoluzione di queste strutture.
La questione divide profondamente l’opinione pubblica europea. Da un lato, cresce la preoccupazione per il radicamento di reti che mirano a imporre una visione teocratica incompatibile con lo Stato di diritto. Dall’altro, giuristi e associazioni per i diritti civili temono che la risposta statale rischi di scivolare in una repressione indiscriminata che alieni intere comunità musulmane.
Il contesto internazionale, segnato dalle guerre in Medio Oriente e dall’avanzata dei movimenti identitari in Europa, complica ulteriormente la questione.
Quella dei Fratelli Musulmani non è una sfida solo religiosa, ma una partita geopolitica che coinvolge Turchia, Qatar, Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, ciascuno con la propria visione sull’islam politico.
L’Europa intanto è chiamata a difendere il proprio modello di convivenza senza cedere né all’autoritarismo securitario, né al comunitarismo identitario.
La domanda di fondo rimane: può una società aperta difendersi da un progetto ideologico che sfrutta le stesse libertà per radicarsi e crescere?




