Francia. Il generale Burkhard, tra “minaccia ibrida russa” e l’influenza da reinventare

di Giuseppe Gagliano

“C’est (Vladimir) Poutine qui a dit cela”, ha scandito il generale Thierry Burkhard, capo di Stato maggiore francese, durante una rara conferenza stampa dedicata alle minacce che gravano sulla Francia. La frase, pronunciata con una calma apparente ma carica di tensione strategica, riassume lo stato d’animo di un Paese che, pur non sentendosi direttamente sotto attacco, è consapevole di vivere in un mondo in cui le guerre non si combattono più solo con i carri armati.
La Francia, potenza nucleare che fonda la sua sicurezza sulla dissuasione atomica, “non è minacciata di subire un attacco diretto e massiccio sul territorio nazionale”, ha precisato Burkhard. Ma la Russia ha «molte altre opzioni» per esercitare la sua influenza e destabilizzare il campo avversario: dalla disinformazione alle cyberoffensive, passando per l’intelligence aggressiva e le operazioni nello spazio. Una strategia che non risparmia nulla e nessuno, e che si adatta come l’acqua, insinuandosi nelle crepe delle democrazie europee.
“Puissance de nuisance»” così Burkhard definisce la Russia. Non una potenza che può annientare Parigi in poche ore, l’equilibrio nucleare regge ancora, ma una macchina capace di alimentare ogni genere di tensione. Sui fondali marini, i sabotaggi alle infrastrutture strategiche, come i cavi sottomarini o gli oleodotti, sono ormai all’ordine del giorno. Nello spazio i satelliti russi eseguono manovre inquietanti: si avvicinano agli assetti francesi per disturbare le comunicazioni, spiare o addirittura prepararne la neutralizzazione in caso di conflitto.
Nelle acque dell’Atlantico settentrionale e del Mediterraneo i sottomarini nucleari d’attacco russi si spingono sempre più vicino alle rotte sensibili di Francia e Regno Unito, due pilastri del sostegno militare a Kiev. Nei cieli del Mar Nero e sopra la Siria, gli incontri ravvicinati tra velivoli francesi e russi sono diventati routine. “Le frizioni e le interazioni sono frequenti”, ha avvertito Burkhard.
La pressione, insomma, è costante e multidimensionale. La strategia di Mosca non punta (solo) allo scontro militare tradizionale, ma a un logoramento che mina la coesione interna e la fiducia delle opinioni pubbliche europee.
Non meno delicata è la questione africana. Dopo anni di presenza militare permanente, la Francia ha dovuto chiudere le proprie basi in diversi Paesi del Sahel, travolta da un’ondata di contestazioni locali e dal vento geopolitico che porta Mosca e Pechino a contendersi l’influenza nel continente.
Eppure per Burkhard, “c’è un vero bisogno di Francia” in Africa. Le basi permanenti, ha riconosciuto, avevano creato “inconvenienti diventati insopportabili” per i governi locali e per le popolazioni. Ma il generale si dice fiducioso: entro l’estate, Parigi completerà il trasferimento delle basi e inaugurerà una “relazione equilibrata” con i partner africani. Un rapporto che dovrà fondarsi non più sul dominio militare, ma su cooperazione, rispetto e interessi reciproci.
La conferenza stampa di Burkhard lascia intravedere una Francia consapevole di doversi reinventare in un mondo frammentato, dove la minaccia russa non è quella dei carri armati alle porte, ma quella di un’infiltrazione lenta e corrosiva. E dove il Sud globale, dall’Africa all’Asia, non tollera più il vecchio paternalismo occidentale.
La partita che Parigi giocherà nei prossimi anni non sarà solo nei cieli d’Europa o nelle profondità oceaniche, ma anche nei cuori e nelle menti dei popoli africani. E qui, più che i Mirage o i sottomarini, conteranno la diplomazia e la capacità di costruire fiducia.