di Giuseppe Gagliano –
La sentenza del Tribunale di Parigi che esclude Marine Le Pen dalla corsa presidenziale del 2027, comminandole una condanna per appropriazione indebita di fondi europei, non è solo un evento giudiziario, ma un terremoto politico che interroga il funzionamento della democrazia francese e, più in generale, europea. La vicenda, che coinvolge la leader del Rassemblement National e altri 24 co-imputati in un sistema di frode ai danni del Parlamento Europeo, solleva questioni di ordine legale, politico e persino morale, in un contesto già segnato da profonde polarizzazioni.
Dal punto di vista strettamente giuridico, la sentenza appare solida. Le accuse di appropriazione indebita, relative a un periodo che va dal 2004 al 2016, sono state supportate da prove concrete: messaggi, documenti e testimonianze che dimostrano come i fondi europei, destinati a coprire le spese degli assistenti parlamentari, siano stati utilizzati per finanziare attività del partito, in violazione delle normative UE. La stima di oltre 4 milioni di euro sottratti, di cui 474.000 euro attribuiti direttamente a Le Pen, non lascia spazio a interpretazioni di “negligenza amministrativa”, come la difesa ha cercato di sostenere. Il Tribunale ha ravvisato un sistema organizzato, una prassi che, secondo i giudici, aveva l’obiettivo di alleggerire le casse del partito a scapito delle istituzioni europee.
Tuttavia, la decisione di applicare immediatamente il divieto di eleggibilità, senza attendere l’esito dell’appello, rappresenta un’eccezione alla prassi francese e solleva interrogativi. In un sistema democratico, la presunzione di innocenza fino al giudizio definitivo è un pilastro fondamentale. Accelerare l’esecuzione di una pena accessoria come l’ineleggibilità, in un caso che ha evidenti ricadute politiche, rischia di alimentare il sospetto di un intervento mirato a neutralizzare un’avversaria scomoda. Questo aspetto è stato sottolineato anche da figure centriste come Gerald Darmanin, che ha definito “scioccante” l’idea di impedire a Le Pen di competere alle urne, sostenendo che la sua sconfitta dovrebbe avvenire attraverso il voto, non per via giudiziaria.
Sul piano politico, la condanna di Le Pen è un duro colpo per il Rassemblement National, che negli ultimi anni si era affermato come una forza di opposizione credibile, capace di attrarre un consenso crescente, come dimostrano i sondaggi Ifop che la davano tra il 34% e il 37% alle presidenziali del 2027. L’esclusione di Le Pen potrebbe aprire la strada a Jordan Bardella, figura emergente del partito, ma meno carismatica e con un appeal più limitato tra gli elettori moderati che Le Pen era riuscita a conquistare negli ultimi anni.
Tuttavia, il vero rischio è più ampio e riguarda la percezione della democrazia in Francia e in Europa. La reazione di leader come Viktor Orban, Matteo Salvini e persino del Cremlino, che hanno denunciato una “violazione delle norme democratiche”, riflette un sentimento diffuso tra le forze populiste e di destra: l’idea che il sistema giudiziario venga utilizzato come arma politica per colpire avversari scomodi. Questa narrazione, pur strumentale, trova terreno fertile in un contesto di sfiducia verso le istituzioni, sia nazionali che europee. Le parole di Elon Musk e Donald Trump Jr., che parlano di un “copione standard” della sinistra radicale per imprigionare i propri avversari, amplificano questa percezione, inserendo la vicenda in una cornice globale di scontro tra establishment e forze anti-sistema.
Anche i centristi, come François Bayrou, esprimono preoccupazione. La sua apprensione non è solo politica – il timore di un’ulteriore radicalizzazione dello scontro – ma anche personale, dato che il suo partito ha affrontato accuse simili in passato. Questo doppio standard, o la percezione di esso, rischia di minare la credibilità del sistema giudiziario francese, alimentando il racconto di una giustizia “a due velocità”.
La vicenda Le Pen non è un caso isolato. L’articolo cita il precedente di Calin Georgescu in Romania, escluso dalla corsa presidenziale, e le critiche di JD Vance ai governi europei per il loro approccio a questioni culturali e politiche. In un’Europa sempre più polarizzata, dove i partiti di estrema destra guadagnano terreno, dal Rassemblement National in Francia ad Alternative für Deutschland in Germania, fino a Fratelli d’Italia, l’uso del sistema giudiziario per contrastare queste forze rischia di diventare un’arma a doppio taglio. Da un lato, può servire a riaffermare l’integrità delle istituzioni; dall’altro, può trasformarsi in un boomerang, rafforzando il vittimismo di questi movimenti e il loro appeal tra gli elettori che si sentono esclusi dal sistema.
La condanna di Marine Le Pen è, in ultima analisi, un test per la democrazia francese. Se da un lato è giusto che chi viola la legge venga punito, indipendentemente dalla sua posizione politica, dall’altro è fondamentale che il processo giudiziario non venga percepito come un’arma per silenziare il dissenso. La decisione di escludere Le Pen dalle presidenziali del 2027, prima ancora che il suo appello venga discusso, è un passo che potrebbe avere conseguenze profonde, non solo per la Francia, ma per l’intero panorama politico europeo. In un’epoca di crisi della rappresentanza e di crescente sfiducia nelle istituzioni, la vera sfida sarà sconfiggere le idee di Le Pen e del Rassemblement National attraverso il confronto democratico, non attraverso scorciatoie giudiziarie che rischiano di alimentare il risentimento e la radicalizzazione.




