Francia. Quando l’intelligence non serve lo Stato bensì la politica

di Giuseppe Gagliano

Maggio 2002. Nicolas Sarkozy diventa ministro dell’Interno e si insedia a place Beauvau, la sede del ministero. Prima ancora di cominciare, il suo entourage vuole verificare una cosa molto concreta: che l’ufficio non sia stato “sonorizzato”, cioè riempito di microfoni nascosti. Arrivano i tecnici della DST, che passano tutto al setaccio. L’episodio finisce in modo grottesco: sotto il parquet l’oggetto “sospetto” è… una trappola per topi. Fa sorridere, ma la scena dice molto: a quei livelli il potere si esercita dentro un clima di sfiducia totale. In quell’ambiente la paranoia non è solo un difetto, è un modo di stare in piedi.
Perché Sarkozy diffida così tanto? Perché nel campo di Jacques Chirac ha addosso l’etichetta del traditore. Sette anni prima, in piena campagna presidenziale, aveva lasciato Chirac per sostenere Édouard Balladur. Ora Chirac avvia il secondo mandato all’Eliseo e Sarkozy sa di non essere considerato un erede naturale, ma un concorrente pericoloso. E, nell’ombra del “sistema Chirac”, c’è Dominique de Villepin, figura brillante e ambiziosa, che Sarkozy sospetta stia manovrando per sbarrargli la strada.
I servizi: francesi si dividono in tre tronconi: DST, RG, DGSE.
La DST è il controspionaggio interno: in modo semplice, caccia alle minacce sul territorio nazionale; i Renseignements généraux, i RG, sono un servizio di informazione di polizia molto legato alla vita politica e sociale, alle reti, agli equilibri locali. Hanno la fama di “sapere tutto” e soprattutto di sapere “su chi”; la DGSE è l’intelligence esterna, proiettata fuori dai confini.
In uno Stato che funziona, questi apparati servono prima di tutto lo Stato. Ma quando il vertice politico si spezza in clan, i servizi diventano anche strumenti di sicurezza politica. Ed è lì che la macchina si inceppa: il confine tra interesse pubblico e interesse di fazione si fa sottile.
Dentro i RG il capo è Yves Bertrand. Il suo vice è Bernard Squarcini, che progressivamente si avvicina a Sarkozy. La rivalità si trasforma in una guerra fredda: fazioni interne, sospetti reciproci, colpi bassi, ossessione per le intercettazioni. Il servizio finisce per funzionare come un terreno di scontro, non come una struttura neutrale.
Bertrand accusa Squarcini di essersi schierato per opportunismo. Squarcini scommette su Sarkozy perché intuisce che l’ascesa politica passerà anche dal controllo del renseignement interno: chi “protegge” il capo diventa indispensabile.
Un elemento pesa più degli altri: la Corsica. Sarkozy ha legami personali con l’isola attraverso l’ambiente familiare. Squarcini è uno specialista della Corsica. E Sarkozy sogna un colpo ad alto rendimento politico: l’arresto di Yvan Colonna, latitante ricercato per l’assassinio del prefetto Érignac.
La caccia viene organizzata con figure chiave della sicurezza. Colonna viene arrestato nel luglio 2003. L’impatto è enorme: Sarkozy appare come l’uomo dell’ordine, quello che cattura il nemico pubblico numero uno. Per Squarcini è una consacrazione: dimostra utilità operativa e guadagna fiducia politica. Qui emerge il filo rosso: in quell’universo, proteggere il capo significa anche proteggere se stessi e salire con lui.
Arriva poi il caso Clearstream: un meccanismo politico-giudiziario costruito su liste che avrebbero dovuto provare l’esistenza di conti segreti. Il punto centrale della storia è questo: grazie ai suoi canali nel mondo dell’intelligence, Sarkozy viene a sapere molto presto che il suo nome figura in quelle liste e capisce che qualcuno sta tentando di colpirlo. Questo vantaggio informativo è decisivo: invece di essere travolto, si presenta come vittima di una manipolazione e prepara la controffensiva.
In questa ricostruzione, Sarkozy riesce a rovesciare l’affaire contro Villepin, che sospetta al centro della manovra. Anche quando la giustizia non conferma fino in fondo tutte le accuse, l’effetto politico resta: il sospetto dura più della sentenza. Ancora una volta l’intelligence non è solo una fonte: diventa un’arma di narrazione e di carriera.
Tra 2006 e 2007 prende corpo l’idea di far sparire le strutture tradizionali e creare una nuova “casa” del renseignement interno, più centralizzata. Ufficialmente è modernizzazione. In pratica è anche un modo per riprendere la mano dopo anni di guerre interne, fughe e sospetti.
Il racconto insiste sulle tensioni di quel passaggio, anche attorno a un commissario, Jean-François Gayraud, che Squarcini accusa di avere un ruolo nell’ombra di Clearstream. Al di là del merito, conta la logica: quando l’intelligence diventa una faccenda di schieramenti, la diffidenza si incolla alla pelle. Aver lavorato con il “capo sbagliato” può rovinarti la carriera. I servizi non sono più solo uno strumento: diventano un filtro politico.
La dinamica, in fondo, è semplice e inquietante: un leader politico si sente minacciato da complotti interni, cerca uomini di fiducia nei servizi. Quegli uomini aumentano potere e influenza rassicurandolo, proteggendolo e indebolendo gli avversari, così i servizi, invece di restare funzione dello Stato, diventano premio di potere e talvolta arma di combattimento politico.
La scena iniziale del “microfono” che non esiste è un simbolo perfetto: si può scambiare una trappola per topi per un congegno di spionaggio, ma la paura produce effetti reali. Giustifica epurazioni, riorganizzazioni, fedeltà personali. E alimenta una politica in cui il segreto non serve più soltanto a capire, ma anche a colpire, delegittimare e, a volte, distruggere.